
In quest’ultimo periodo – due
mesi al massimo - discografici e produttori si sono fatti in quattro per
promuovere una grintosa ragazza dal nome teutonico: Auf Der Maur. Il battage
promozionale,
l’immagine curata dell’artwork, nonché un costoso videoclip
sono convogliati nel lancio di quella che, se le previsioni sono corrette,
sarà una stella rock che finalmente potrà brillare di luce
propria.
Colei di cui stiamo parlando è la debuttante, si fa per dire,
ex compagna di cordata delle (fate voi) compiante Hole,
nonché l’ultima
bassista di quello che era il gruppo dell'amico - e padrino spirituale -
Billy Corgan (ex leader degli Smashing Pumpkins e Zwan).
Proprio come da copione, per far parlare dell’omonimo debutto discografico,
non sono mancati ospiti illustri che rappresentano niente di meno che il
gotha del
"rock-grunger" del 2000: il Mark Lanegan di
nuovo rockettaro, la b(u)ona Paz
Lenchantin (ex-A Perfect Circle, ex-Zwan, Papa M), l’energico Josh
Homme fresco
fresco dei fasti dei QOTSA e l’immancabile tentacolo Dave Grohl,
tutti sbavanti di fronte alla bella vichinga che si propone d’incendiare
le polveri attraverso manciata di brucianti brani post-riot e post-grunge,
tra
psych-metal (i Kyuss di Blues for the Red Sun),
bordate nu (Korn) e ritmiche retrò (Smashing Pumpkins)
Il periodo è propizio per il rock femminile e sembra che i bookmakers abbiano
calcolato di metter in pista la puledra accanto alla concorrente favorita.
Infatti, proprio come la neo-manza Britney e la scostumata pel d’arancia
Aguilera, la Auf Der Maur deve sfidare
Curtney Love, che delle Hole era Leader e che proprio in
questi giorni pubblicherà American Sweetheart.
Nessuno può prevedere come andranno le sorti di questa sfida annunciata,
fatto sta che se questo è l’album di Melissa non ci vorrà molto
per batterlo.
Le canzoni, zeppe d’effettismi chitarristici ma senza midollo spinale,
sono confuse, senza una linea estetica e forse prive di una volontà di
cercarla, sintomo evidente di un esercito potente ma privo di una leadership.
Il singolo apripista - Followed The Waves - è l’emblema
di questa fragilità: chitarre pulsanti, tam tam percussivo, riffone
graffiante e un ritornello che non ha nulla da invidiare ai peggiori degli Iron
Maiden (con tutto il rispetto per la simpatia involontaria che
Dickinson e soci riescono a strappare).
Nel brano successivo Real A Lie il dado è tratto: invece
di mostrare un qualcosa di personale, Melissa canta come se sapesse d’essere
stata colta in flagrante a imitare l’ex moglie di Cobain, con il resto
dell’album
a confermare quel sordido inseguire una uscita di sicurezza: Head Unbound,
ballata sinuosa à la Placebo, annoia; My Foggy Notion, che si gioca
un goth-metal con tanto di synth, fa anche peggio; infine Skin
Receiver,
con la cavalcata thrash e gli stop vocali, non dona nessuna emozione.
Neppure i diversivi sul cliché duri e puri aiutano: in Would If
I Could la confusa musa imita malamente la Hatfiled nei Blake
Babies, mentre
in Overpower
Thee si gioca disastrosamente la carta della Nico di turno.
I Need I Want I Will è il brano conclusivo. Dal titolo si deducono
tante cose ...
(3.5/10)