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Melissa Auf Der Maur - S.t. (Labels, febbraio 2004)

di Edoardo Bridda

In quest’ultimo periodo – due mesi al massimo - discografici e produttori si sono fatti in quattro per promuovere una grintosa ragazza dal nome teutonico: Auf Der Maur. Il battage promozionale, l’immagine curata dell’artwork, nonché un costoso videoclip sono convogliati nel lancio di quella che, se le previsioni sono corrette, sarà una stella rock che finalmente potrà brillare di luce propria.
Colei di cui stiamo parlando è la debuttante, si fa per dire, ex compagna di cordata delle (fate voi) compiante Hole, nonché l’ultima bassista di quello che era il gruppo dell'amico - e padrino spirituale - Billy Corgan (ex leader degli Smashing Pumpkins e Zwan).
Proprio come da copione, per far parlare dell’omonimo debutto discografico, non sono mancati ospiti illustri che rappresentano niente di meno che il gotha del "rock-grunger" del 2000: il Mark Lanegan di nuovo rockettaro, la b(u)ona Paz Lenchantin (ex-A Perfect Circle, ex-Zwan, Papa M), l’energico Josh Homme fresco fresco dei fasti dei QOTSA e l’immancabile tentacolo Dave Grohl, tutti sbavanti di fronte alla bella vichinga che si propone d’incendiare le polveri attraverso manciata di brucianti brani post-riot e post-grunge, tra psych-metal (i Kyuss di Blues for the Red Sun), bordate nu (Korn) e ritmiche retrò (Smashing Pumpkins)
Il periodo è propizio per il rock femminile e sembra che i bookmakers abbiano calcolato di metter in pista la puledra accanto alla concorrente favorita. Infatti, proprio come la neo-manza Britney e la scostumata pel d’arancia Aguilera, la Auf Der Maur deve sfidare Curtney Love, che delle Hole era Leader e che proprio in questi giorni pubblicherà American Sweetheart.
Nessuno può prevedere come andranno le sorti di questa sfida annunciata, fatto sta che se questo è l’album di Melissa non ci vorrà molto per batterlo.
Le canzoni, zeppe d’effettismi chitarristici ma senza midollo spinale, sono confuse, senza una linea estetica e forse prive di una volontà di cercarla, sintomo evidente di un esercito potente ma privo di una leadership. Il singolo apripista - Followed The Waves - è l’emblema di questa fragilità: chitarre pulsanti, tam tam percussivo, riffone graffiante e un ritornello che non ha nulla da invidiare ai peggiori degli Iron Maiden (con tutto il rispetto per la simpatia involontaria che Dickinson e soci riescono a strappare).
Nel brano successivo Real A Lie il dado è tratto: invece di mostrare un qualcosa di personale, Melissa canta come se sapesse d’essere stata colta in flagrante a imitare l’ex moglie di Cobain, con il resto dell’album a confermare quel sordido inseguire una uscita di sicurezza: Head Unbound, ballata sinuosa à la Placebo, annoia; My Foggy Notion, che si gioca un goth-metal con tanto di synth, fa anche peggio; infine Skin Receiver, con la cavalcata thrash e gli stop vocali, non dona nessuna emozione.
Neppure i diversivi sul cliché duri e puri aiutano: in Would If I Could la confusa musa imita malamente la Hatfiled nei Blake Babies, mentre in Overpower Thee si gioca disastrosamente la carta della Nico di turno.
I Need I Want I Will è il brano conclusivo. Dal titolo si deducono tante cose ...


(3.5/10)

01. Lightning Is My Girl
02. Followed The Waves
03. Real A Lie
04. Head Unbound
05. Taste You
06. I'll Be Anything You Want
07. Beast Of Honor
08. My Foggy Notion
09. Would If i Could
10. Overpower Thee
11. Skin Receiver
12. I Need I Want I Will
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