
Raramente mi capita di provare soggezione ascoltando un disco, soprattutto se gli autori mi sono del tutto sconosciuti. A tutt'oggi, della signora Jade Vincent e del fantomatico Mr. Green so soltanto che non sono al debutto, anzi sì, se escludiamo un precedente tentativo a nome Jade Vincent Experiment (di cui, ahem, nulla mi è pervenuto).
Ma leggendo il nome di Mike Patton tra quelli che scommettono ad occhi chiusi su di loro, inevitabile che il nervolino della curiosità si metta a pizzicare. Capita dunque d'incocciare queste sedici tracce intrise di melodramma e oscurità, di cabaret del crepuscolo, di macabro sdilinquimento esistenziale.
Romantica e sprezzante ad un tempo, la voce di Jade ci trasporta di stanza in stanza attraverso le tante possibili sfaccettature del malanimo, che sia il gioco folle e lucido di Red Light (trapassi funk e swing nostalgico e country scheggiato, quasi una visione The Books con un disco di Tom Waits sullo sfondo), o che sia la teatralità lasciva e decadente di Will (screziature in falsetto su mambo-soul che fanno pensare ad un Prince cloroformizzato fino allla lunga caligine atomica in coda), oppure il frankenstein jazz-soul-funk di Like You, col vibrafono che cuce assieme batterie e samples, il piano, la voce e i synth.
Tutto appare così artefatto e bruciante assieme, come una ferita che dal nostro punto di osservazione potrebbe benissimo essere un trucco di scena. Sarà questo senso di distanza, di vissuto e rimuginato e rappresentato, come un dolore masticato fino a non sentirne più il sapore.
Per entrare in questo disco - e ne vale la pena - occorre scendere a patti, accogliere assieme l'insidia e la parodia, lo stralunato convergere/divergere degli effetti (il funky-soul chitarrina e sequencer di Man, i grugniti Tom Waits e le sordide ombre Nick Cave in processione gospel/RnB di Burn, l'assalto stridulo di tastiere nell'electro/psych scivolosa di Transylvania X) e certe oblique suggestioni (il Prince al ralenti sublimato nel cupo incubo Air di Daddy, il Kurt Weil in un ventre di balena tra mormorii Beth Gibbons e fruscii Sparklehorse di Once).
Prendere atto di come talvolta scendere nell'anima più lugubre può farti incontrare spiritelli incantevoli, come la leggerezza insidiosa di $2.50 (folk-soul jazzato come certe cose della prima Goldfrapp, bella la strategia atonale degli archi nel finale) o come le evoluzioni torride e impalpabili di Whiskey Bound (soul-blues che s'inclina tex-mex palesando spiccate ascendenze psych).
Prepararsi ad affrontare l'imprevedibile, come il breve intro cameristico di Dance che si scaraventa su un piano inclinato funk tra lugubri accessi di moog e synth, o come il mistero di When We Were We, ovvero di una rumba che scompare nella scompostezza di un'ulcera psych/blues, il piglio antigrazioso di John Parish in fregola free-jazz.
A proposito di Parish, viene da pensare che un padre, e neppure troppo lontano, questo disco ce l'ha: è quel Dance Hall At Louse Point i cui irrequieti ectoplasmi vengono (quasi) esplicitamente rievocati nell'iniziale Prelude. Solo che lì il blues s'infuriava art-rock (grazie anche agli uffici della vestale PJ Harvey), mentre qui l'onda lunga e avariata del trip-hop sembra produrre l'ultimo figlio possibile. Che s'infila tra gli ingranaggi della quotidianità come un lubrificante sabbioso.
(7.6/10)
2. Burn
3. Like You
4. Dance
5. the Green Room
6. Daddy
7. $2.50
8. xterlude
9. Red Light
10. Whiskey Bound
11. Will
12. Man
13. Transylvania X
14. Once
15. When We Were We 16. Dance (Radio Mix)