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Tom Waits - Real Gone (Anti, 2004)

di Stefano Solventi

L'uomo è indiscutibile. Uno che si è regalato e ci ha regalato abissi di mestizia e decadenza e allegria invelenita. Uno intimo di poeti e puttane, registi e pagliacci, marciapiedi e whiskey. Uno capace di governare con scellerata disinvoltura blues, jazz, swing e rock, di flirtare col rumore e disarticolare le forme, di blandirci con gli Small Changes e i Rain Dogs, di seviziarci coi Bone Machine e gli Swordfishtrombones, d'istigarci con gli Heartattack and Wine e i Frank’s Wild Years. Di tornare ultracinquantenne splendido fiabesco fosco indipendente con un album dalla compiuta, allibente, straordinaria modernità (Mule Variations). Di vivere una vita defilata, sobria, vera. L'uomo, dicevo, è indiscutibile.
Riguardo al qui presente disco, direi che:
- per la generosità di 74 minuti e passa suddivisi tra 15 tracce più una;
- per la cocciutaggine di mulo con cui tira le fila dei dischi passati senza negarsi il procedere;
- per la lucida coerenza, la graffiante asciuttezza, la qualità come minimo degna della scrittura, l'interpretazione ovviamente intensa;
- per come sa far balenare a un tempo il tumido arcaicismo dell'ultimo Bob Dylan e le scellerate trasfigurazioni dei primi Blues Explosion;
- per quel suono da stanza traslocata, da vuoto che si riempie all’improvviso;
- per la chitarra elastica e fibrosa, per il banjo astruso, per gli odori e i dolori portati in dote dal rientrante Marc Ribot;
- per un figlio (Casey) che (forse) è pazzo come il padre;
- per quei blues trafitti dai tropici, per la follia che infebbra gli errebì, per l'agra mestizia dei folk;
- per i peccati e i cavalli ciechi, per i coltelli e il tabacco, per Dog Street e l'Hush Hotel, per il rossetto sul vetro e l'occhio buono di Roy Orbison, per gli orangutango e le pistole tatuate, per Caino, Abele e una Ford del '49, per Mike Tyson e Gesù di Nazareth;
- in particolare, per come il reggae e il blues si avvinghiano e stemperano finché non sai più dove termina uno e inizia l’altro in Sins of My Father, lunga e dolorosa come un funerale;
- per l’aria da James Brown sotto formalina nel laboratorio d’un pazzo risuscitatore di non-morti in Metropolitan Glide (le corde slabbrate, le percussioni come il timbro del buio, Casey che strapazza il giradischi);
- per il Leonard Cohen nella danza in filigrana di Dead And Lovely;
- per quel vento di melodia che spazza la pioggerella dal cuore in Trampled Rose;
- per il rock ingoiato e vomitato come pillola ruvida di Baby Gonna Leave Me;
- per come Day After Tomorrow c’insegna la differenza tra un semplice dopodomani e un giorno dopo domani, quello che tutti vorremmo (dovremmo) aspettare;

per tutto questo e per altro ancora, questo disco segue l'uomo con una certa scioltezza, lo rappresenta credibilmente qui e ora, come e quanto gli immediati predecessori (Alice e Bloodmoney) a dir la verità non riuscivano. Aggiunge forse poco alla vicenda artistica di Waits, ma quel poco è la netta sensazione di una senilità indomita, irascibile e appassionata. Mi sembra abbastanza.

(7,3/10)

01. Top of the Hill
02. Hoist That Rag
03. Sins of My Father
04. Shake It
05. Don’t Go Into That Barn
06. How’s It Gonna End
07. Metropolitan Glide
08. Dead and Lovely
09. Circus
10. Trampled Rose
11. Green Grass
12. Baby Gonna Leave Me
13. Clang Boom Steam.
14. Make It Rain
15. Day After Tomorrow. The human face of war.
16. Chick A Boom (hidden track)
bass, guitar: Larry Taylor
bass: Les Claypool
guitar, banjo: Harry Cody
guitar, banjo, cigar box banjo: Marc Ribot
percussion, claps: Brain
turntables, percussion, drums: Casey Waits
vocal, guitar, percussion, shaker: Tom Waits
bells: Mark Howard