
L'uomo è indiscutibile. Uno che si è regalato e ci ha regalato
abissi di mestizia e decadenza e allegria invelenita. Uno intimo di poeti
e puttane, registi e pagliacci, marciapiedi e whiskey. Uno capace di governare
con scellerata disinvoltura blues, jazz, swing e rock, di flirtare col rumore
e disarticolare le forme, di blandirci con gli Small Changes e
i Rain Dogs, di seviziarci coi Bone Machine e
gli Swordfishtrombones, d'istigarci con gli Heartattack
and Wine e i Franks Wild Years. Di tornare ultracinquantenne
splendido fiabesco fosco indipendente con un album dalla compiuta, allibente,
straordinaria modernità (Mule Variations). Di vivere
una vita defilata, sobria, vera. L'uomo, dicevo, è indiscutibile.
Riguardo al qui presente disco, direi che:
- per la generosità di 74 minuti e passa suddivisi tra 15 tracce più una;
- per la cocciutaggine di mulo con cui tira le fila dei dischi passati senza
negarsi il procedere;
- per la lucida coerenza, la graffiante asciuttezza, la qualità come
minimo degna della scrittura, l'interpretazione ovviamente intensa;
- per come sa far balenare a un tempo il tumido arcaicismo dell'ultimo Bob
Dylan e le scellerate trasfigurazioni dei primi Blues Explosion;
- per quel suono da stanza traslocata, da vuoto che si riempie allimprovviso;
- per la chitarra elastica e fibrosa, per il banjo astruso, per gli odori e
i dolori portati in dote dal rientrante Marc Ribot;
- per un figlio (Casey) che (forse) è pazzo come il padre;
- per quei blues trafitti dai tropici, per la follia che infebbra gli errebì,
per l'agra mestizia dei folk;
- per i peccati e i cavalli ciechi, per i coltelli e il tabacco, per Dog Street
e l'Hush Hotel, per il rossetto sul vetro e l'occhio buono di Roy Orbison,
per gli orangutango e le pistole tatuate, per Caino, Abele e una Ford del '49,
per Mike Tyson e Gesù di Nazareth;
- in particolare, per come il reggae e il blues si avvinghiano e stemperano
finché non sai più dove termina uno e inizia laltro in Sins
of My Father, lunga e dolorosa come un funerale;
- per laria da James Brown sotto formalina nel laboratorio dun
pazzo risuscitatore di non-morti in Metropolitan Glide (le corde slabbrate,
le percussioni come il timbro del buio, Casey che strapazza il giradischi);
- per il Leonard Cohen nella danza in filigrana di Dead And Lovely;
- per quel vento di melodia che spazza la pioggerella dal cuore in Trampled
Rose;
- per il rock ingoiato e vomitato come pillola ruvida di Baby Gonna Leave
Me;
- per come Day After Tomorrow cinsegna la differenza tra un semplice
dopodomani e un giorno dopo domani, quello che tutti vorremmo (dovremmo) aspettare;
per tutto questo e per altro ancora, questo disco segue l'uomo con una certa scioltezza, lo rappresenta credibilmente qui e ora, come e quanto gli immediati predecessori (Alice e Bloodmoney) a dir la verità non riuscivano. Aggiunge forse poco alla vicenda artistica di Waits, ma quel poco è la netta sensazione di una senilità indomita, irascibile e appassionata. Mi sembra abbastanza.
(7,3/10)