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Tim Bowness - My Hotel Year (One Little Indian, 2004)

di Stefano Solventi

Personaggio strano, questo Tim Bowness. Non proprio di primo pelo, vanta quindici anni di carriera alle spalle con la ragione sociale No-Man, gestita al cinquanta per cento con Steven Wilson (già voce e multistrumentista nei Porcupine Tree), sulle tracce di un ambient torbido e ipnotico, colto al crocicchio tra suggestione acustica e tremori sintetici.

Oggi il buon Tim fa outing delle proprie attitudini di compositore ponendo la firma in calce a tutte i pezzi di questo My Hotel Year, undici passi tra corridoi pieni d'ombre e languore, col crepuscolo alle costole e la notte qualcosa di più che una minaccia incombente.

Il mood letterario e iconografico - un po' stereotipato se volete - scolpisce un sentire dark adulto che si colloca a metà strada tra il Mark Lanegan più leggero e il David Sylvian più torbido (casomai passasse una strada tra queste entità) per lo sguardo oscuro e romantico, intransigente e occluso, capace altresì di concedersi sorprendenti disarticolazioni stilistiche (il soul-blues sgranato tra freevolezze jazz di Making a mess in a clean place - sax e mellotron, basso fuzz ed elettroniche) e squarci di sognante tribolazione (il malanimo in slow motion di World afraid) che rammentano il Peter Gabriel di Birdy.

L'aspetto sonoro è nel complesso molto curato, prezioso nel rivestire di liquida inquietudine tanto le ballate di stampo più "classico" (gli archi sintetici, il piano e la tromba sommessa di Made see-through, l'evanescenza spacey di organo e synth nella suggestione Red House Painters di Blackrock 2000, il wurlitzer, l'e-bow e il mellotron a sdilinquire malinconie nell'iniziale Last year's tattoo) quanto le sortite più "moderniste" (dalla trama di microritmi, corde effettate e bave elettroniche di I once loved you ai vibranti landscapes della breve title track - come una visione impalpabile Depeche Mode filtrata dal Brian Eno di Before And After Science - fino ai singulti soul sottovuoto di The me I knew - confinanti con le atmosfere sospese dei migliori Talk Talk - e Ian McShane - i Roxy Music sognati da qualche spiritello Warp).

E' dunque un lavoro poco appariscente ma prezioso, il cui principale difetto sta forse nelle non trascendentali capacità d'interprete di Bowness. Al quale non manca certo la giusta dose di trasporto e comunicativa (vi bastino le sue prestazioni nel commovente doppio finale di Sleepwalker e Brave Dream), però il timbro di velluto sdrucito e vapori d'assenzio limita in partenza il "range emotivo" ad una filigrana di margini e sponde, di vita guardata in obliquo, di ambizioni fuori bersaglio.

Ovvero, se provo ad immaginare queste canzoni affidate a voci tipo quelle che avete letto sopra citate, mi s'innescano confronti da cui Tim esce piuttosto male. In ragione di ciò, My Hotel Year è "solo" un buon disco. Peccato.

(6,7/10)

01. last year's tattoo (3.57)
02. i once loved you (3.11)
03. world afraid (3.12)
04. the me i knew (5.07)
5. made see-through (3.16)
06. hotel year (1.14)
07. ian mcshane (4.11)
08. blackrock 2000 (3.47)
09. making a mess in a clean place (4.23)
10. sleepwalker (3.51)
11. brave dreams (3.39)