
Soffi di vento, un vento artificioso, qualche rumore di fondo, simile al movimento del legno di una vecchia banchina scosso dalla corrente del mare. Poi il suono di un carillon, contrappuntato da un secondo suono di campanelle, in maniera molto approssimativa, sfasata. Inizia così I dreamt I was throwing stones at the sea, il brano che apre l’album e già dal titolo riesce ad esprimere tutta la potenza visionaria di una musica che fa dell’evocazione la sua potenza espressiva.
“Se non c’è anima nella computer music vuol dire che nessuno ce l’ha messa”. Questa frase di Bjork, scelta per le note di copertina sembra quasi un sintetico manifesto artistico, utile a farci intuire la personalità che si cela dietro il nome Théodore, pseudonimo dietro il quale si nasconde un giovane ragazzo greco del quale si sa molto poco.
Nella sua musica convivono senza accavallarsi i segni della musica “ambientale” di Brian Eno, la lezione del minimalismo americano degli anni settanta, la musica concreta di scuola shaeffneriana e le “imperfezioni” sonore del moderno lo-fi.
A summer she has never been, a winter she fears potrebbe essere paragonato a una collezione di quadri messa in musica. 16 quadretti figurativi che si avvalgono delle possibilità immaginifiche della musica per descrivere delle emozioni. Paesaggi e momenti rappresentati dalle emozioni e dalla potenza evocativa dei suoni.
Composizioni minimali di una staticità emozionante, campionamenti di pochi accordi messi in loop come un flusso di coscienza bloccato, incantato, in cui il semplice suono di un oggetto, di uno strumento, esaurisce tutto il senso. Ripetizioni che non giocano sulla micro-variazione (come in Steve Reich) ma sulla sovrapposizione, con uno stile compositivo che ricorda tanto Philip Glass che la techno.
Un giro di accordeon si contorce su se stesso (Montmartre) come un disco di Edith Piaf incagliato nella puntina di un vecchio giradischi; un frammento di scala modale richiama vagamente i sapori della tradizione musicale greca (After silence; Little things, permanent things, boring things); un carillon suona ad libitum una nota melodia (Every garden has a corner for children); una famosa aria della Carmen di Bizet assolutamente trasfigurata (Mia bella fiorentina) si contorce su se stessa e potrebbe non finire mai. Pochi, pochissimi elementi, ma così ben articolati da non necessitare il minimo orpello.
Non mancano episodi più vicini all’elettronica pura come Isobel, che riconducono a un sound più vicino all’ambient dei nostri giorni, ma che ricalcano per lo più la dimensione intimistica, pacata, che pervade tutto il disco e che preferisce il suono precostituito a quello sintetizzato.
Tutto è piacevolmente imperfetto come un vecchio giocattolo pieno di ricordi. Atmosfere autunnali, di una apparente semplicità, che nascondono una poetica coerente e affascinante. Un inverno di suoni che entra dalle finestre di una casa scura e fredda, ma rassicurante come una culla.
(7.5/10)