
Stan Ridgway è tornato portandosi dietro uno dei dischi più belli dell’anno, il suo. Un’opera ispirata e brillante che restituisce al cinquantenne stregone californiano quella sospirata creatività di cui sentivamo la mancanza fin dai tempi di The Big Heat (’86): una vera e propria pietra miliare dell’american music e della storia del rock. Ovviamente non siamo a quei livelli, ma possiamo assicurarvi che Snakebite (Blacktop & Fugitive Songs), con le sue fluide ballate country-blues, stralunate e in leggero chiaroscuro, si candida a diventare uno dei lavori solistici più azzeccati e interessanti della carriera dell’artista.
Sostanzialmente immediato e dalle fogge tradizionali, l’album si spiega all’interno di percorsi armonici suburbani, punteggiati da fuggevoli brumosità d’estrazione wave e da spumeggianti omogeneità popolari, spogliandosi invece di quelle prudenti artificiosità che tanto hanno dato allo sciamano del deserto di Barstow. Ecco, quindi, che le intransigenze armoniche, che per molti anni hanno caratterizzato la musica di Stan Ridgway, rendendola unica nel suo genere, ma sempre più ripetitiva, lasciano il passo a composizioni nuove, semplici e senza preclusioni.
Un pugno di canzoni (beh, si fa per dire, considerate le 16 tracce e i quasi 70 minuti di durata del cd) in cui si stemperano i frammenti westernati di Wake Up Sally (Blasters) e Your Rockin' Chair (Ry Cooder), le armoniche Folk/Blues di Afghan/Forklift e i sentimentalismi Springsteen-iani di God Sleeps In A Caboose. Melodie vivaci (Running With The Carnival), familiari (My Rose Marie), malinconiche (Our Manhattan Moment) e lievemente frastornate da guizzi sbarazzini (That Big 5-0), dove trovano spazio eloquenze che rievocano immagini di un passato senza tempo (Talkin' Wall Of Voodoo Blues Pt. 1) e ambienti horror frammisti a reminiscenze Waits-iane (Monsters Of The Id).
Restano, al contrario, come se si trattassero di eterni marchi di fabbrica, lo spleen acustico di molte sue composizioni e quella inconfondibile voce metallica, cava e piena di pathos, che in King For A Day risuona come un provetto Lou Reed.
Zigzagante come l’incedere di un serpente e dirompente come un colpo di pistola, Snakebite realizzerà la felicità di molti ascoltatori, soprattutto di quelli che hanno saputo attendere alla finestra questo gradito e meraviglioso ritorno. Insomma: bentornato Stanard!
(7.9/10)