
Era il fatidico 2002, quando nella Grande Mela scossa e tremante brulicava
una scena tornata fremente, febbrile. Come volesse consolarsi il cuore ferito,
e rassicurarci circa la sua natura di perno magmatico d'Occidente.
In quel tempo e in quel luogo i Secret Machines - originari di Dallas ma newyorkesi
d'adozione e per elezione - debuttarono con l'ep September 000,
prodotto sotto la regia di Deck, Rutili e Massarella dei Califone, stupefacente
per forza e velleità immaginifica. Tanto per dire, vi balenavano commistioni
art-prog-psych-electro-soul improbabili e fascinose, tipo una jam tra Supertramp e The
Wire impegnati col repertorio Mercury Rev (!!!).
La stampa iniziò a parlare di loro come del live act più eccitante
in città, con buona pace di Strokes e compagnia rockeggiante.
A quel punto era lecito attenderli sul mercato con un album a cavallo dell'hype,
invece si sono fatti attendere per ben due anni, durante i quali non sono stati
certo con le mani in mano.
Now Here Is Nowhere infatti lasca intuire dalla prima all'ultima
traccia il molto lavoro compiuto, sia in termini di scrittura che di realizzazione,
proponendosi con la tipica freschezza/avventatezza degli esordi e la complessità/velleità della
band di lungo corso e ampie vedute.
Sorprende infatti la capacità di uniformare influssi e reminiscenze
anche molto distanti in una visione sonora impetuosa e ammaliante, che solo
a tratti si sfilaccia, stride eccessivamente eterogenea. I nove minuti dell'iniziale First
Wave Intact sono la testa d'ariete perfetta: drumming veemente, tensione
wave delle corde (capricciose come i primi Roxy Music, rombanti come
gli U2 di Acthung Baby), l'urgenza marziale dei versi
e gli schiaffi del chorus, le screziature Moroder di synth, quindi quel
pazzesco rilascio finale come un orgasmo teatral-glam di vaga ascendenza (mettetevi
comodi) Queen. Ossessivo e stordente, freak aspro e (involontariamente?)
caricaturale, è l'ascensore che porta tutto il disco su un piano decisamente
alto, al livello del quale e dopo il quale non ci attendiamo né tollereremmo
ingenuità.
E ingenuità vere e proprie non se ne incontrano, semmai un tendere e
mollare la corda che solo a tratti sembra un po' artificioso e/o facilone:
già la successiva Sad And Lonely manda allo sbaraglio un bluesaccio
corposo e fuzzy piuttosto ammiccante (non a caso è il primo singolo),
poi The Leaves Are Gone sembra uno spicchio madreperlaceo degli ultimi Flaming
Lips (arpeggi evanescenti, tastiere soffuse, melodia dolciastra su valzer
scivoloso), quindi l'ipercinetica Nowhere Again come una cavalcata acida
degli Stranglers.
E via così, senza che né il blues-psych smaccatamente floydiano
di Pharoah's Daughter né il lento decollo di You Are Chains (diafana
ballata per piano ed elettroniche in cui sbocciano riverberi flottanti e una
densa strategia ritmica) possano più davvero stupirci, chiaramente ormai
tessere di questo puzzle radioattivo, instabile, vibrante.
Cui la conclusiva title track pone degno suggello, coi suoi quasi nove minuti
(ancora) che danno luogo prima ad una valzerino iridescente per tastiere e
voci e sogni come un distillato Grandaddy, quindi ad una propulsione
motoristica che riprende il motivo di Nowhere Again tra pennellate sintospaziali Kraftwerk e
pop radente à la Wire (quelli di 154, of course),
accelerate e raffreddamenti, fino al lungo spegnersi conclusivo tra echi ectoplasmatici
ingoiati nel nulla digitale.
Nel complesso rimane l'impressione di una band superiore alla media ma - giustamente
- non ancora in possesso di tutte le chiavi del caveau. Se le troveranno, potrebbero
fare sfracelli. Per ora si limitano ad essere divertenti, a tratti irresistibili,
sguaiati quel tanto che basta da far tremare i percorsi tipici e presagire
imprevedibili sviluppi. Sappiamo quanto siano fragili certi presupposti, ragion
per cui: nessuna scommessa, e godersi il presente.
(7,1/10)