
Breve e intenso, quale si conviene ad ogni relazione si vorrebbe passionale ma non costrittiva, così è il mini nuovo dei Savoy Grand.
The Lost Horizon è una promessa mantenuta fin dal titolo: cantautorato umbratile, angosciato, poetico, brumoso, esistenziale ed esistenzialista, eppure pacatamente fatalista.
Rassegnato, in fondo, all’impossibilità d’una azione definitiva è pure un brano quale Reason To Leave, impagabile d’una bellezza quieta e disperata insieme. Manca la depressione d’un Molina (altezza The Lioness), mentre la volontà di dir poco dell’altro che non sia il proprio sommesso dolore pervade qui, e forse in ascendenza diretta dai fu Codeine, anche Between Two Rivers, ballata "stringata" in ogni senso (vocale, strumentale, emotivo).
Chiudono quest’arte di movimenti e gesti interiori minimi, Life By The Roadside e From The Gold Hotel, ancora prive, all’apparenza, d’un qualsivoglia evento vitale non sia quello introspettivo che ne giustifichi l’essenza (assenza?).
The Lost Horizon, l’orizzonte evenescente alla memoria, è musica proveniente dalla frontiera dell’anima, proprio come di un'altra, desertica e provinciale, lo fu quella dei Walkabouts.
(7.0/10)