I Redrum vengono da Roma, e nascono nel 2000. Il loro background è quello tipico delle band italiane: partecipazione ad Arezzo Wave e a Rock targato Italia, qualche passaggio radiofonico sulle emittenti capitoline, poi il I posto come top download sul sito MTV.it, sezione elettronica-dance e nel 2004 l’uscita del loro esordio [icona]*, completamente autoprodotto. “La scelta dell’autoproduzione è quanto di più stimolante si possa presentare ad un artista, senza compromessi né vincoli, le idee seguono un loro percorso subendo talvolta anche metamorfosi non immaginate, ma tutto nella totale libertà” afferma la band in un’intervista a Radio Città Aperta. Sono parole condivisibili, sicuro, ma ascoltando [icona]* viene da chiedersi cosa sarebbe venuto fuori se i Redrum avessero avuto dei vincoli artistici o commerciali nella produzione. Il curriculum già aiuta a intuire cosa aspettarsi da questi cinque ragazzi e le loro influenze. E purtroppo non si va molto oltre le aspettative.
I riferimenti più evidenti sembrano essere quelli a Subsonica e Bluvertigo, oltre a un amore spassionato e manifesto per le sonorità elettroniche anni ’80, dall’electro-pop di L’ombra al Depeche Mode-style di “masse in movimento”. Tra ritmi danzerecci e melodie dolciastre [icona]* regala veramente pochi sussulti e non riesce a distaccarsi dalla piattezza del rock italiano della passata decade, in perfetto stile da concerto del 1 Maggio.
Se in assenza di compromessi e vincoli, le idee seguono un loro percorso nella totale libertà, allora il problema dei Redrum è nelle idee: la produzione non è male, l’abilità nel plasmare i suoni è evidente, ma il tutto è tremendamente carente di creatività. Ogni brano, che sia la dance di Programmato e Programmato Parte 2, la psichedelia poppeggiante di Pseudocinesi, o il rock tranquillizzante di Uscita di Emergenza, è qualcosa di già sentito in tutte le sue parti. Meglio le cover. Infatti la rilettura di L’importante è finire potrebbe destare qualche interesse (negli amanti di Mina, non in me). L’emulazione dei Kraftwerk in >>Pxl 216 è quanto di meglio possa offrire quest’album, ma resta pur sempre un’emulazione.
È bello ascoltare la voce di Nanni Moretti, direttamente da una scena di Ecce bombo, aprirsi un varco tra i suoni elettronici, una simpatica immagine che per pochi attimi si allontana dal “poppone” tutto synth, drum machines e ritornelli.
Siamo sempre allo stesso discorso: non basta l’autoproduzione per essere indipendenti dalle logiche del mainstream, per essere liberi nell’espressione musicale. Se non si esce da certi schemi, se non si osa, si finisce inevitabilmente per dare vita a un paradosso: un prodotto commerciale realizzato con meno soldi (rispetto alle grandi produzioni). In questo caso, incidere per una major può essere solo un vantaggio.
(5.0/10)