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Rachel Goswell - Waves Are Universal (4AD / Beggars Banquet, 2004)

di Stefano Solventi

Avevo questa convinzione circa Rachel Goswell, che fosse cioè il lato moderno o comunque modernista in seno agli psych-folk Mojave 3, band sorta sulle ceneri degli Slowdive e vista dai più come mera estensione del leader Neil Halstead (non completamente a torto, a dire il vero). Tutto sommato era bastata una sola canzone, quella Bringin' Me Home che di Excuse For Travellers rappresentava un sottofinale serafico ma inquieto, flemmaticamente intriso di tensione indie-pop.
Dall'ultimo Spoon & Rafter non giungevano invece novità circa le gesta della nostra eroina, se non che avrebbe preferito riservare interpretazioni e composizioni per l'imminente album d'esordio. Vale a dire Waves Are Universal, piovutoci addosso in questo inizio estate col suo carico di eminenti ballate folk. Non mancano certo solerti declinazioni pop, ma pur sempre di folk si tratta, folk e poco altro. La qual cosa in sé non sarebbe un male, ci mancherebbe. Però... Come dire, manca il valore aggiunto, manca il tizzone che cova nella cenere.
Va piuttosto bene quando Rachel s'immerge in atmosfere più, come dire, "british" (quella sorta di rievocazione Fairport tendente ad un silenzio di madreperla che è Plucked - bello il crescendo degli archi - o quella Beautiful Feeling con Drake nel cuore e Linda Thompson in testa), mentre è poco più che gradevole quando si abbandona al richiamo delle sirene d'America, sembrando vieppiù una versione ingentilita dei Red House Painters (la trepida Gather Me Up - harmonium e voce echoizzata - oppure l'impalpabile pastorale di Thru The Dawn - flauto e pianoforte elettrico - oppure ancora il laconico carillon di Hope - pervaso di ectoplasmatiche ugge gospel).
Talora percorre un solco piuttosto convenzionale (il valzerone di Save Yourself, pianoforte e chitarre lanciati su progressione armonica simile alla lennoniana War Is Over, oppure quella Shoulder The Blame come un bignamino Gram Parsons riletto dai... Mojave 3), talaltra si propone come sorellastra dylaniana di Beth Orton (la saltellante Sleepless & Tooting) o un potabile surrogato dei Walkabouts (No Substitutes).
Anche se altrove irrobustisce la trama di sorprendenti rimandi Talk Talk (Coastline è un country rock con la gloriosa Living In Another World nel DNA) oppure sfoggiando azzardi irish (notevole la coda di cornamuse e fisarmonica in Warm Summer Sun), alla fine il programma sembra vieppiù una sequela di esercizi di stile, col quale Rachel avrebbe forse voluto mostrarci il cuore ma, semplicemente, non c'è riuscita.
Dobbiamo accontentarci della sua peraltro gradevole silouhette, di quel lavoro così particolare sulla voce (colta in un riverbero irreale, strappata al piano fisico, alla ricerca di una passionalità incorporea, desensualizzata), di una scrittura abile a non scoprirsi, limitandosi ad una ordinaria amministrazione anche sentita, senz'altro tenera, non priva di dignità.
Tanto grazioso quanto ovviabile, questo Waves Are Universal. Provaci ancora, Rachel.

(5,9/10)

01. Warm Summer Sun
02. Gather Me Up
03. No Substitute
04. Deelay
05. Plucked
06. Hope
07. Coastline
08. Shoulder The Blame
09. Save Yourself
10. Beautiful Feeling
11. Thru The Dawn
12. Sleepless & Tooting
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