
Avevo questa convinzione circa Rachel Goswell, che fosse cioè il lato
moderno o comunque modernista in seno agli psych-folk Mojave 3, band
sorta sulle ceneri degli Slowdive e vista dai più come mera
estensione del leader Neil Halstead (non completamente a torto, a dire
il vero). Tutto sommato era bastata una sola canzone, quella Bringin' Me
Home che di Excuse For Travellers rappresentava un sottofinale
serafico ma inquieto, flemmaticamente intriso di tensione indie-pop.
Dall'ultimo Spoon & Rafter non giungevano invece novità circa
le gesta della nostra eroina, se non che avrebbe preferito riservare interpretazioni
e composizioni per l'imminente album d'esordio. Vale a dire Waves Are Universal,
piovutoci addosso in questo inizio estate col suo carico di eminenti ballate
folk. Non mancano certo solerti declinazioni pop, ma pur sempre di folk si
tratta, folk e poco altro. La qual cosa in sé non sarebbe un male, ci
mancherebbe. Però... Come dire, manca il valore aggiunto, manca il tizzone
che cova nella cenere.
Va piuttosto bene quando Rachel s'immerge in atmosfere più, come dire, "british" (quella
sorta di rievocazione Fairport tendente ad un silenzio di madreperla
che è Plucked - bello il crescendo degli archi - o quella Beautiful
Feeling con Drake nel cuore e Linda Thompson in testa), mentre è poco
più che gradevole quando si abbandona al richiamo delle sirene d'America,
sembrando vieppiù una versione ingentilita dei Red House Painters (la
trepida Gather Me Up - harmonium e voce echoizzata - oppure l'impalpabile
pastorale di Thru The Dawn - flauto e pianoforte elettrico - oppure
ancora il laconico carillon di Hope - pervaso di ectoplasmatiche ugge
gospel).
Talora percorre un solco piuttosto convenzionale (il valzerone di Save Yourself,
pianoforte e chitarre lanciati su progressione armonica simile alla lennoniana War
Is Over, oppure quella Shoulder The Blame come un bignamino Gram
Parsons riletto dai... Mojave 3), talaltra si propone come sorellastra
dylaniana di Beth Orton (la saltellante Sleepless & Tooting)
o un potabile surrogato dei Walkabouts (No Substitutes).
Anche se altrove irrobustisce la trama di sorprendenti rimandi Talk Talk (Coastline è un
country rock con la gloriosa Living In Another World nel DNA) oppure
sfoggiando azzardi irish (notevole la coda di cornamuse e fisarmonica in Warm
Summer Sun), alla fine il programma sembra vieppiù una sequela di
esercizi di stile, col quale Rachel avrebbe forse voluto mostrarci il cuore
ma, semplicemente, non c'è riuscita.
Dobbiamo accontentarci della sua peraltro gradevole silouhette, di quel lavoro
così particolare sulla voce (colta in un riverbero irreale, strappata
al piano fisico, alla ricerca di una passionalità incorporea, desensualizzata),
di una scrittura abile a non scoprirsi, limitandosi ad una ordinaria amministrazione
anche sentita, senz'altro tenera, non priva di dignità.
Tanto grazioso quanto ovviabile, questo Waves Are Universal. Provaci ancora,
Rachel.
(5,9/10)