
Se ve lo stavate ancora chiedendo, sì, Around the Sun dei R.E.M. è un
disco dichiaratamente politico. Un disco che, come ampiamente anticipato
a mezzo stampa durante i mesi di lavorazione, vuole anzitutto sensibilizzare
le coscienze degli americani in vista delle elezioni del prossimo 2 novembre;
proprio come Fahrenheit 9/11 di Michael
Moore o l’intera operazione Vote for Change,
il tour di superstar della musica a stelle e strisce guidato da Bruce
Springsteen al quale, ovviamente, Stipe e soci
hanno aderito (il video dell’apripista Leaving New York non
lascia perplessità sul messaggio sottinteso: Change).
Non è certo il caso, almeno in questa sede, di entrare in territori
tanto spinosi, o discutere sul valore, l’efficacia, l’opportunità stessa
di tali manifestazioni da parte del mondo dello spettacolo. Comunque sia, la
chiara e netta presa di posizione dei R.E.M. intorno alle problematiche attuali
del loro paese non va letta come un’opportunistica mossa dell’ultima
ora: l’impegno politico è presente nella loro musica sin da lavori
come Lifes Rich Pageant, Document e Green,
tutti risalenti alla controversa era reaganiana (come dimenticare, per esempio,
una Exuming McCarthy?); era quindi inevitabile che gli avvenimenti
degli ultimi tre anni influenzassero, anche pesantemente, il nuovo lavoro del
gruppo di Athens.
E’ stato necessario evidenziare questo aspetto perché, senza una
doverosa premessa, Around the sun può anche
risultare un ascolto estenuante, se non addirittura sconfortante. La voluta
omissione di brani di sicuro impatto in favore di ballate malinconiche - che,
secondo le intenzioni della band, vogliono esprimere in pieno il mood post-tragedia
imperante nell’America di George W. Bush - si traduce in una monocromia
di fondo, in una piattezza che tende irrimediabilmente a scoraggiare l’ascoltatore.
A questo punto sembra evidente che stavolta, più che in passato, il
contenuto abbia condizionato la forma; ed è quindi in un certo senso
naturale che, per rendere appieno l’oscurità dei nostri tempi,
il modello su cui i R.E.M. hanno plasmato le nuove canzoni non sia tanto la
radiosa maniera di Reveal - che tuttavia sopravvive
nell’impianto strumentale, in un suono iperprodotto memore tanto del
wall of sound spectoriano (Worst Joke Ever) che di inevitabili Beach
Boys e Beatles (Wanderlust) - quanto le
melodie tristi e l’elettronica vintage piuttosto di Up (rievocato
un po’ in tutte le tracce, particolarmente in Electron Blue e High
Speed Train). Le sonorità che in passato hanno canonizzato il suono
dei R.E.M. tornano solo a sprazzi, come in I Wanted to be wrong (a
metà tra Green e Automatic for
the people), Boy in the well, la dylaniana Make
it all Ok e Aftermath (costruita sul fortunato ed abusato canovaccio
di Fall on me); fa un po’ storia a sé The Outsiders, che
vede l’ospite Q-tip (ex A tribe called quest)
in un cameo hip hop che ha ben poco a che vedere con le precedenti incursioni
in quel campo (il funky solare di Radio Song da Out of
Time, col rapper Krs One come special guest).
A conti fatti, niente di (particolarmente) nuovo sotto il sole, con la possibile
aggravante per Stipe e soci di suonare monocordi, retorici, in altre parole
vecchi.
Tutto da buttare, allora? No, per fortuna. La sensazione finale dopo l’ascolto è che,
nonostante tutto, il bersaglio sia stato colpito, anche se di striscio: una
melodia semplice ma calzante (l’intreccio di parti vocali del singolo Leaving
New York), una particolare frase che condensa tutto lo spirito del disco
("Hold on world cos you don’t know what’s coming",
dall’emozionante title track), certe modulazioni vocali (l’inedito
soul di The Ascent of man), tutti piccoli elementi che subdolamente
sedimentano nel subconscio e fanno crescere il disco ascolto dopo ascolto;
e soprattutto una gemma come Final Straw, un country folk travestito
di elettronica, a metà tra il flusso di coscienza dylaniano e le visioni
acide di Tim Buckley, con uno Stipe appassionatissimo ("As
I raise my head to broadcast my objections/As your latest triumph draw the
final straw/Who died and lifted you up to perfection/And what silenced me is
written into law".. il destinatario di queste parole si può individuare
facilmente). Basterebbe solo questo per dimostrare che, quando impugnano le
armi a loro più congeniali senza impantanarsi nelle paludi della retorica,
i R.E.M. sanno ancora colpire dritti al cuore ed emozionare. Che è esattamente
quello che ci si aspetta da musicisti sinceri come loro.
(6,2/10)