
Matthew Houck da Athens, Georgia, è il centro di gravità permanente dei Phosphorescent, entità attorno a cui si arrabatta una stuola di amici (e) musicisti per quel "piccolo aiuto" necessario a confezionare questo ep, secondo lavoro dopo l'esordio A Hundred Times Or More (2002), di cui in buona sostanza ripercorre la cifra stilistica.
Ovvero, alt-country un po' sciroccato e un po' indolenzito stile Will
Oldham (nel quadretto da retrofienile di When We Fall - grazioso
stomp a base di clap hand, piano e ottoni sommessi - e come nel valzerone
tutto farragini di corde, luce tiepida d'organo e voce increspata di All
Of It, All) nonché sguardo brancolante nel (proprio) buio alla
maniera di Jason Molina (vedi la mestizia bradicardica dell'iniziale Toes
Out To Sea ed il lento, coinvolgente schiudersi elettrico di Not
Right, You Know in un empito accalorato di fiati, organo, accordion...),
riferimenti cardine di cui i Phosphorescent sembrano talora dei credibilissimi
succedanei e talaltra ovviabili epigoni, dipende da quanta voglia abbiamo
ancora di percorrere questi sentieri.
Giocano a favore di Mr. Houck la naturalezza anzi la tenerezza con cui si tuffa
nel brodo di speranze e visioni del giovane Dylan, riemergendo con una
ballata esile e commovente (il tremolio dell'organo, il baluginio dei synth,
l'eco chiesastico di quel canto rattrappito in Mrs. Juliette Low), e
il cuore che mette nel confezionare la cover di My Heroes Have Always Been
Cowboys (pezzo firmato Willie Nelson, il trillare mesto delle corde,
quelle folate ombrose di tastiera, la voce sputata quella di Oldham), quanto
basta a non farmelo gettare nel calderone delle eccedenze, rigirarmelo un altro
po' nello stereo ed attendere con una certa curiosità la prossima prova
in lungo. Per la quale, immagino, non dovremmo attendere molto.
(6,2/10)