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Pane - Pane (autoprodotto, 2004)

di Stefano Solventi

A colpirmi di più e subito è l’autorità con cui i Pane - le loro canzoni - s’impongono sui modelli a cui talora anche in modo evidente rimandano. Forti d’una visione intensa, appassionata, austera, disegnata da una voce versatile (non capita spesso alle nostre latitudini d’imbattersi in tali capacità interpretative) e da una dinamica cospirazione di flauto traverso, chitarra acustica, pianoforte e batteria.
Nelle otto tracce per poco più di 25 minuti che compongono questo omonimo lavoro d'esordio (autoprodotto, dopo un prammatico iter di cdr), si alternano suggestioni Banco e folkitudine De André, declami CCCP e scabrezze Marlene Kuntz, teatralità Avion Travel, deliri Doors e l'impalpabile spessore degli ultimi Talk Talk.
Riferimenti che, come dicevo, balenano strutturando ma non soverchiando il robusto tessuto poetico. I Pane spingono infatti senza indugio sul peso specifico dei testi, sdegnosamente esoterici, infebbrati e solenni, fieramente desueti, pervasi di uno spleen colto al crocicchio tra mitteleuropa decadente e decaduta.
Vedi quando affrontano in flagrante asprezza scomodità presenti (la micro-suite in tre movimenti di Termini Haus, nevrastenie tzigane, caligini di synth, miserie metropolitane) e passate (lo straordinario telegramma ferrettiano di Rivoluzione, sussurro sordido digrignato spietato, pervaso d'immanente epica e imminente tragedia), o quando scomodano nientemeno che le Rime di Ariosto per la palpitante Epicedio de morte (traccia dalle chiare ascendenze Genesis-Banco).
Il tono insomma si mantiene sempre alto, grave di senso, talora oscuro (come nella romantica freddezza di Incudine), ma un’urgenza febbrile lo alleggerisce, lo solleva e affila, mentre come una cognizione di tenerezza – o pietas che dir si voglia - sovrintende e assolve tutto. E’ il caso della pastorale ombrosità di Fiamma, ma ancor più della toccante La sedia, che chiude il programma in diafano splendore: piano e voce come luce di candela, una strategia di indelebili segni leggeri degna – non esagero - del Mark Hollis solista (e l’Hollis solista è davvero esagerato).
Se Passo lento è un’amara allegria in guisa di ballata che ricorda la Disamistade imbastita da Fossati-De André, Insonnia può a ben ragione passare per il pezzo più ambizioso del lotto: lampanti le derivazioni folk-prog (la struttura contesa tra linearità insistente e inopinate sospensioni, la bucolica inquietudine dell’atmosfera), spingono come possedute chitarra e piano in riff ossessivi, il flauto disegna sdrucciolevoli scie pastello, la batteria procede tra flemma e sussulti come su una rotta di collisione, la voce recita un lucido delirio (riadattato da un profetico testo di Sylvia Plath) come avrebbe fatto un Demetrio Stratos in stile Massimo Volume, o giù di lì.
E’ insomma nel complesso un disco coinvolgente, nel quale s'intravede una maturità artistica densa di futuro. In tempi e paesi normali, ci si attenderebbe sollecito interessamento da parte di più o meno sedicenti case discografiche. Per tutti i volenterosi, i benemeriti appassionati o i curiosi semplici, casomai, c'è il loro sito.

(7,5/10)

01. Epicedio de morte
02. Insonnia
03. Incudine
04. Passo lento
05. Fiamma
06. Termini Haus
07. Rivoluzione
08. La sedia
Claudio Orlandi - voce
Maurizio Polsinelli - pianoforte & synth
Vito Andrea Arcomano - chitarra acustica
Claudio Madaudo - flauto traverso
Ivan Macera - batteria