
A colpirmi di più e subito è lautorità con
cui i Pane - le loro canzoni - simpongono sui modelli a cui talora
anche in modo evidente rimandano. Forti duna visione intensa, appassionata,
austera, disegnata da una voce versatile (non capita spesso alle nostre
latitudini dimbattersi in tali capacità interpretative) e
da una dinamica cospirazione di flauto traverso, chitarra acustica, pianoforte
e batteria.
Nelle otto tracce per poco più di 25 minuti che compongono questo omonimo
lavoro d'esordio (autoprodotto, dopo un prammatico iter di cdr), si alternano
suggestioni Banco e folkitudine De André, declami CCCP e
scabrezze Marlene Kuntz, teatralità Avion Travel, deliri Doors e
l'impalpabile spessore degli ultimi Talk Talk.
Riferimenti che, come dicevo, balenano strutturando ma non soverchiando il
robusto tessuto poetico. I Pane spingono infatti senza indugio sul peso specifico
dei testi, sdegnosamente esoterici, infebbrati e solenni, fieramente desueti,
pervasi di uno spleen colto al crocicchio tra mitteleuropa decadente e decaduta.
Vedi quando affrontano in flagrante asprezza scomodità presenti (la
micro-suite in tre movimenti di Termini Haus, nevrastenie tzigane, caligini
di synth, miserie metropolitane) e passate (lo straordinario telegramma ferrettiano
di Rivoluzione, sussurro sordido digrignato spietato, pervaso d'immanente
epica e imminente tragedia), o quando scomodano nientemeno che le Rime di Ariosto
per la palpitante Epicedio de morte (traccia dalle chiare ascendenze Genesis-Banco).
Il tono insomma si mantiene sempre alto, grave di senso, talora oscuro (come
nella romantica freddezza di Incudine), ma unurgenza febbrile
lo alleggerisce, lo solleva e affila, mentre come una cognizione di tenerezza o
pietas che dir si voglia - sovrintende e assolve tutto. E il caso della
pastorale ombrosità di Fiamma, ma ancor più della toccante La
sedia, che chiude il programma in diafano splendore: piano e voce come
luce di candela, una strategia di indelebili segni leggeri degna non
esagero - del Mark Hollis solista (e lHollis solista è davvero esagerato).
Se Passo lento è unamara allegria in guisa di ballata che
ricorda la Disamistade imbastita da Fossati-De André, Insonnia può a
ben ragione passare per il pezzo più ambizioso del lotto: lampanti le
derivazioni folk-prog (la struttura contesa tra linearità insistente
e inopinate sospensioni, la bucolica inquietudine dellatmosfera), spingono
come possedute chitarra e piano in riff ossessivi, il flauto disegna sdrucciolevoli
scie pastello, la batteria procede tra flemma e sussulti come su una rotta
di collisione, la voce recita un lucido delirio (riadattato da un profetico
testo di Sylvia Plath) come avrebbe fatto un Demetrio Stratos in stile Massimo
Volume, o giù di lì.
E insomma nel complesso un disco coinvolgente, nel quale s'intravede
una maturità artistica densa di futuro. In tempi e paesi normali, ci
si attenderebbe sollecito interessamento da parte di più o meno sedicenti
case discografiche. Per tutti i volenterosi, i benemeriti appassionati o i
curiosi semplici, casomai, c'è il loro sito.
(7,5/10)