
Ormai ridottisi all’ombra di sé stessi, gli Orbital ci propinano l’ennesimo esercizio high-tech ad alto contenuto di mestiere e a basso tasso di creatività. Che sia meglio sciogliersi che proseguire, qui come nel precedente The Altogether (2001), quando parodiando gli anni belli e felici vissuti con i primi quattro lp della carriera si finisce per risultare così senili?
La decisione infatti per il duo sembra essere quest’ultima, dare forfait. Paul e Phil sembrano dei solipsisti del mezzo technologico, dei perfezionisti delle elucubrazioni da studio, e persino dei simpatici cazzoni quando in Pants cercano di farci rivivere i fasti melting-house del loro capolavoro Snivilisation. Più che degli artisti in cerca di sfuggire al loro mito spicciolo, i due paiono la controfigura di sé stessi se è vero, come è vero, che in Bath Time ci ammaniscono l’ennesima replica malriuscita del proprio suono-colore hyper-tech.
Meglio fa l’opener Transient, ma è sempre troppa poca polpa per poterla separare dallo spesso strato di ignobili bucce con cui si ricoprono le 14 tracce del nuovo Blue Album (che blue, ossia triste, lo è davvero). Un canto del cigno, da quanto annunciato, comunque tristissimo.
(4.0/10)