
Un po mi intristiscono i dischi così. Quelli che lasciano intravedere
una buona per non dire molto buona scrittura, a cui non mancano buone per
non dire buonissime melodie, però incapaci di confezionarsi vestiti
memorabili, prive di strappi e deviazioni e impennate. Una disarmante prospettiva
di stilemi collaudati, riciclati, fatti brillare come detonazioni a vuoto.
Stupisce lapparente facilità di scrittura del leader Andy Lemaster,
una vena che un Michael Stipe a caso farebbe carte false per ritrovare,
e forse per questo mette il naso nellopera seconda dei giovani concittadini.
Lo fa elargendo un sobrio controcanto ai limiti dellimpersonale in quella
specie di blues acido-narcolettico che è Antidote, il minimo
insomma per giustificare il suo augusto nome tra i guest.
Ebbene sì, i Now Its The Overhead sono di Athens, Georgia. Più che
un gruppo il combo voluto da Andy con lui troviamo Orenda Fink e Maria
Taylor delle Azure Ray, rispettivamente basso e tastiere, più il
batterista Clay Leverete - allo scopo di concretizzare il desiderio
dessere qualcosa in più (ovvero autore, cantante e polistrumentista)
che non un apprezzato tecnico del suono. Proprio per questo non meraviglia
la definizione dei timbri, la bella disposizione degli strumenti e il nitore
dei volumi. Ma quanto a idee si fa molta accademia e (sapiente) riciclaggio.
Manca insomma il salto qualitativo che separa professione da espressione, una visione sonora
netta, vigorosa. E quanto suggerisce questo scarabocchiare di elettronica
strutture folk-rock (vedi il caso della trepida title track dove spunta
un impalpabile background vocals di Conor Oberst AKA Bright Eyes -
così come del valzer dissimulato tra sputacchi krauti di Turn & Go)
e quel massiccio riciclare intuizioni Depeche Mode (riff sintetici dalla
dinamica ora lenta ora lancinante, ora fumosa ora verticale: spudorato il caso
di Profile, felicemente energico quello di Reverse bello
quel colpo di reni di tastiera nel finale - che per la verità, come
liniziale Wait In A Line, ammicca non poco anche ai primi Tears
For Fears).
Se il melange soul-prog di Surrender e della conclusiva A Little
Consolation imbastiscono atmosfere languide e blande come una versione
semplificata di certi Elbow, la maldestra coda di The Decision Made
Itself (folk semiacustico tirato e asprigno, tra i pezzi migliori in programma) è addirittura
paradigmatica: ad un tratto spunta un sitar che ancora mi chiedo cosa centri,
ingrediente intruso e astruso come spezia buttata a caso per sviare la semplicità del
piatto quasi se la semplicità fosse inaccettabile.
In ultimo anche la voce di Lemaster non è di quelle che lasciano il
segno, con quelle espettorazioni inarcate in nasale dal neppure troppo vago
sentore brit-pop, priva di angoli e ombre, un velluto per nulla underground,
anzi un bel tessuto sintetico, caldo, impermeabile. Confortevole. Non serve
neanche stirare.
Insomma, questo Fall Back Open promette di passare lieve come una pioggerella
dAprile. Qualora decidiate di spenderci qualche soldo, potrete contare
su un pungo di canzoncine agrodolci in più da canticchiare intanto che
sboccia la primavera. La qual cosa non va certo disprezzata, semmai collocata
nella giusta dimensione. Vale a dire:
(5,9/10)