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Now It's Overhead - Fall Back Open (Saddle Creek)

di Stefano Solventi

Un po’ mi intristiscono i dischi così. Quelli che lasciano intravedere una buona per non dire molto buona scrittura, a cui non mancano buone per non dire buonissime melodie, però incapaci di confezionarsi vestiti memorabili, prive di strappi e deviazioni e impennate. Una disarmante prospettiva di stilemi collaudati, riciclati, fatti brillare come detonazioni a vuoto.
Stupisce l’apparente facilità di scrittura del leader Andy Lemaster, una vena che un Michael Stipe a caso farebbe carte false per ritrovare, e forse per questo mette il naso nell’opera seconda dei giovani concittadini. Lo fa elargendo un sobrio controcanto ai limiti dell’impersonale in quella specie di blues acido-narcolettico che è Antidote, il minimo insomma per giustificare il suo augusto nome tra i guest.
Ebbene sì, i Now It’s The Overhead sono di Athens, Georgia. Più che un gruppo il combo voluto da Andy – con lui troviamo Orenda Fink e Maria Taylor delle Azure Ray, rispettivamente basso e tastiere, più il batterista Clay Leverete - allo scopo di concretizzare il desiderio d’essere qualcosa in più (ovvero autore, cantante e polistrumentista) che non un apprezzato tecnico del suono. Proprio per questo non meraviglia la definizione dei timbri, la bella disposizione degli strumenti e il nitore dei volumi. Ma quanto a idee si fa molta accademia e (sapiente) riciclaggio.
Manca insomma il salto qualitativo che separa professione da espressione, una “visione” sonora netta, vigorosa. E’ quanto suggerisce questo scarabocchiare di elettronica strutture folk-rock (vedi il caso della trepida title track – dove spunta un impalpabile background vocals di Conor Oberst AKA Bright Eyes - così come del valzer dissimulato tra sputacchi krauti di Turn & Go) e quel massiccio riciclare intuizioni Depeche Mode (riff sintetici dalla dinamica ora lenta ora lancinante, ora fumosa ora verticale: spudorato il caso di Profile, felicemente energico quello di Reverse – bello quel colpo di reni di tastiera nel finale - che per la verità, come l’iniziale Wait In A Line, ammicca non poco anche ai primi Tears For Fears).
Se il melange soul-prog di Surrender e della conclusiva A Little Consolation imbastiscono atmosfere languide e blande come una versione semplificata di certi Elbow, la maldestra coda di The Decision Made Itself (folk semiacustico tirato e asprigno, tra i pezzi migliori in programma) è addirittura paradigmatica: ad un tratto spunta un sitar che ancora mi chiedo cosa c’entri, ingrediente intruso e astruso come spezia buttata a caso per sviare la semplicità del piatto – quasi se la semplicità fosse inaccettabile.
In ultimo anche la voce di Lemaster non è di quelle che lasciano il segno, con quelle espettorazioni inarcate in nasale dal neppure troppo vago sentore brit-pop, priva di angoli e ombre, un velluto per nulla underground, anzi un bel tessuto sintetico, caldo, impermeabile. Confortevole. Non serve neanche stirare.
Insomma, questo Fall Back Open promette di passare lieve come una pioggerella d’Aprile. Qualora decidiate di spenderci qualche soldo, potrete contare su un pungo di canzoncine agrodolci in più da canticchiare intanto che sboccia la primavera. La qual cosa non va certo disprezzata, semmai collocata nella giusta dimensione. Vale a dire:

(5,9/10)

01. Wait in a Line - 3:40
02. Surrender - 3:37
03. Profile - 4:27
04. Turn & Go - 3:25
05. Fall Back Open - 4:29
06. The Decision Made Itself - 3:40
07. Reverse - 5:22
08. Antidote - 5:26
09. A Little Consolation - 4:17
Michael Stipe - Vocals (bckgr)
William Garrett - Engineer
Andy LeMaster - Bass, Guitar, Percussion, Keyboards, Sitar, Vocals, Producer, Engineer, Images, Group Member
Glenn Schick - Mastering
Orenda Fink - Bass, Trumpet, Vocals (bckgr), Group Member
Maria Taylor - Keyboards, Vocals (bckgr), Group Member
Conor Oberst - Vocals (bckgr)
Victor Uzur - Cello
Clay Leverett - Drums, Vocals (bckgr), Group Member
Jadon Ulrich - Design