
A chi può interessare un duo di giapponesi pseudo-simil hippie fuori moda e fuori luogo? Ai giapponesi probabilmente no, visto che The Same As A Flower, interamente prodotto in Europa, non viene venduto in giappone. Obiettivamente, se fosse veramente per questo che i due post-fricchettoni hanno privato la loro terra natia del loro terzo “capolavoro” natur(al)ista, non mi verrebbe da biasimare i giapponesi, popolo estremamente fagocitatore, ma non stupido. E invece, a noi europei l’arduo compito di accogliere l’ennesimo disco inutile.
Nagisa Ni Te in giapponese vuol dire “Sulla spiaggia” e
vuole essere un riferimento a On the beach,
un classico di Neil
Young.
Tracce del cantautore americano però, se ne vedono veramente poche:
al massimo, Shinji Shibayama e Masako Takeda, possono sembrare, come
in qualche caso (“Beyond The Grass), la versione giapponese
del Devendra Banhart più svogliato.
L’approccio è scoraggiante: basterebbe l’ascolto della
title track, che apre l’album, per pentirsi dell’acquisto e
archiviare l’orpello inutile. Ma per fortuna sono poche le canzoni
dell’album che raggiungono il livello di bruttura di questa canzonetta
ritornellata fino al fastidio.
Eccezion fatta per River, una ballata che si perde in un inestricabile
intreccio di voci piacevolmente disorientante per chi ascolta, e Wife,
un simpatico brano da western movie che starebbe bene in Pat
Garrett e Billy The Kid di Dylan, il resto dell’album è piatto
psych folk, di maniera e un bel pò datato. Prevalgono le atmosfere
distese e rilassate della Woodstock generation e le tematiche ecologiche
del naturalismo hippie, ma tutto si risolve in canzoncine più o meno
lunghe che tutt’al più ricordano le sigle dei cartoni animati
giapponesi.
La povertà di idee e di spunti creativi è disarmante e rende The Same As A Flower un album sostanzialmente noioso. Del resto, se si crede di poter emulare certa psichedelia d’annata soltanto ripetendo lo stesso giro di accordi per dodici minuti (Bramble), stirando all’inverosimile un motivetto che in tre minuti avrebbe potuto avere miglior gloria, non si fa altro che annoiare. Come annoia After a song, un pop folkeggiante di un vecchiume senza senso, che per fortuna dura meno.
I due giapponesi sarebbero divertenti solo nel caso in cui si dichiarassero
un gruppo-parodia, o se si decidessero a fare la cover-band, almeno per
sembrare meno ridicoli. E invece questi fanno pure sul serio e (s)parlano
dell’intenzione di sperimentare la vita come “essere” e
non come “divenire”, dandosi le arie di quelli che hanno studiato
Eraclito e Parmenide. E poi la natura, tanta natura, in cui vivere, integrarsi
e stare in pace. Tutte cose belle, per carità, ma perfino la new
age più commerciale aveva riciclato meglio questi stereotipi.
Per loro fortuna non tutti la pensano come me, visto che sono sulla scena
da un pò di anni. Tanti auguri.
(4.5/10)