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Nagisa Ni Te – The Same As A Flower (Jagjaguwar / Wide, 2004)

di Daniele Follero

A chi può interessare un duo di giapponesi pseudo-simil hippie fuori moda e fuori luogo? Ai giapponesi probabilmente no, visto che The Same As A Flower, interamente prodotto in Europa, non viene venduto in giappone. Obiettivamente, se fosse veramente per questo che i due post-fricchettoni hanno privato la loro terra natia del loro terzo “capolavoro” natur(al)ista, non mi verrebbe da biasimare i giapponesi, popolo estremamente fagocitatore, ma non stupido. E invece, a noi europei l’arduo compito di accogliere l’ennesimo disco inutile.

Nagisa Ni Te in giapponese vuol dire “Sulla spiaggia” e vuole essere un riferimento a On the beach, un classico di Neil Young. Tracce del cantautore americano però, se ne vedono veramente poche: al massimo, Shinji Shibayama e Masako Takeda, possono sembrare, come in qualche caso (“Beyond The Grass), la versione giapponese del Devendra Banhart più svogliato.
L’approccio è scoraggiante: basterebbe l’ascolto della title track, che apre l’album, per pentirsi dell’acquisto e archiviare l’orpello inutile. Ma per fortuna sono poche le canzoni dell’album che raggiungono il livello di bruttura di questa canzonetta ritornellata fino al fastidio.
Eccezion fatta per River, una ballata che si perde in un inestricabile intreccio di voci piacevolmente disorientante per chi ascolta, e Wife, un simpatico brano da western movie che starebbe bene in Pat Garrett e Billy The Kid di Dylan, il resto dell’album è piatto psych folk, di maniera e un bel pò datato. Prevalgono le atmosfere distese e rilassate della Woodstock generation e le tematiche ecologiche del naturalismo hippie, ma tutto si risolve in canzoncine più o meno lunghe che tutt’al più ricordano le sigle dei cartoni animati giapponesi.

La povertà di idee e di spunti creativi è disarmante e rende The Same As A Flower un album sostanzialmente noioso. Del resto, se si crede di poter emulare certa psichedelia d’annata soltanto ripetendo lo stesso giro di accordi per dodici minuti (Bramble), stirando all’inverosimile un motivetto che in tre minuti avrebbe potuto avere miglior gloria, non si fa altro che annoiare. Come annoia After a song, un pop folkeggiante di un vecchiume senza senso, che per fortuna dura meno.

I due giapponesi sarebbero divertenti solo nel caso in cui si dichiarassero un gruppo-parodia, o se si decidessero a fare la cover-band, almeno per sembrare meno ridicoli. E invece questi fanno pure sul serio e (s)parlano dell’intenzione di sperimentare la vita come “essere” e non come “divenire”, dandosi le arie di quelli che hanno studiato Eraclito e Parmenide. E poi la natura, tanta natura, in cui vivere, integrarsi e stare in pace. Tutte cose belle, per carità, ma perfino la new age più commerciale aveva riciclato meglio questi stereotipi.
Per loro fortuna non tutti la pensano come me, visto che sono sulla scena da un pò di anni. Tanti auguri.

(4.5/10)

01. The same as a flower
02. Threads of souls
03. River
04. A life
05. Wife
06. Bramble
07. Beyond the grass
08. After a song
09. Hope