
Più vampira o parassita, Mrs. Faithfull?
Il dibattito è aperto, ma non minteressa. Certo è che la
sua chioma ha ben saputo riflettere la luce delle tante stelle sfiorate lungo
lorbita, senza esplodere, implodere o imbolsirsi come spesso è capitato
loro. Marianne, oggi, a quasi sessanta anni, appare infatti in formissima.
Più che nel precedente Kissin Time un buon
disco che pagava qualcosa in termini di schizofrenia stilistica ad una mal calibrata
compagine di "ospiti" - in questa ultima fatica interpreta con passione
verace, ovvero biascica il suo irresistibile appeal di donna che ha vissuto dal
lato sbagliato del marciapiede (quello cioè dove avveniva lIndimenticabile),
mettendo mano come di consueto a gran parte dei testi (con disarmante ricercatezza
e sordida disinvoltura).
Molto più che un elemento catalizzatore, la sua presenza (le parole, la
voce, il corpo) è il solco che incanala le forma dellespressione,
il fine ultimo ideale per autori che le somigliano senza possedere quel suo particolare
modo di far precipitare canzoni al livello del suolo, tra la carne e lanima,
e delluna e dellaltra i tormenti. Tanto che ti viene il sospetto
sia più lei a dare qualcosa a loro che non viceversa.
Così, tanto a Polly Jean Harvey che alla stessa Marianne sembra
stare benissimo il giochino dellalter-ego reciproco, consumato in ben cinque
pezzi su dieci di questo Before the Poison. La quasi anziana signora cavalca
senza difficoltà la quadratura daccordi scabra ed essenziale apparecchiata
dalla (non più troppo giovane) ragazza del Dorset. Col valore aggiunto
di una sconfinata consapevolezza che adombra barbagli di pietas per ogni tenebra
(come nellaspra disanima della title-track), un rimpianto per ciascun
mistero (The Mistery Of Love, appunto, sintonizzato sulle vibrazioni trepide di Stories
From The City, Stories From The Sea).
Gli altri pezzi firmati PJ (che oltre la scrittura presta scampoli di voce e
la tipica chitarra stopposa) sono In The Factory (folk-blues elettrificato
a mestare penombre), la tesa My Friends Have (il riff granitico che è mancato
in Uh Uh Her, col trascinante crescendo emotivo del canto) e la
stupenda No Child Of Mine, ballatone in punta di cuore (nero), la malia
cupa di quelle parole mormorate da una parte e ribadite (cantando) dallaltra,
il piano che gocciola malanimo, il chorus che stempera pennellate di rassegnazione
e speranza, quella breve coda che vira in clap-hand rurale, cioè pari-pari
il pezzo omonimo presente su Uh Uh Her, quasi fosse un vero e proprio cordone
ombelicale tra le due opere.
Il resto del programma vede allopera il Re Inchiostro in persona
più contorno di sodali (ovvero Warren
Ellis, Jim Sclavunos e Martin
Casey). Laustraliano conferma il buon momento di forma regalando due
più che discrete ballate (la tetraggine insidiosa di There Is A Ghost piano
e synth a circoscrivere scenografie dinquietudine ed il romanticismo
intossicato di Crazy Love il piano e il violino ad evocare antichi
capricci Brian Jones, ma forse è solo suggestione
) e una
febbrile Desperanto, funky acido che Marianne attraversa con flemmatico
trasporto, tra sax imbizzarriti, hammond gracchiante e un coro da taverna daltroquando.
Sorprendente è il contributo di Damon Mr. Blur Albarn,
una ballata madreperla di stampo classico, bucolica e cameristica, cartilagine
di chitarra, piano e archi incrinata da unirrequietezza profonda, dabbandono
che slitta obliquo nellabbraccio di unangoscia sottile. Il valzer
sospeso tra chincaglierie teatrali e carillon algido di City Of Quartz firmato
da Jon Brion, autore di colonne sonore (Magnolia, il recentissimo Se
mi lasci ti cancello
) e produttore (Aimee Mann, Fiona
Apple, Rufus Wainwright, Evan Dando
) chiude
degnamente un programma privo di cadute.
Alla luce del quale viene voglia di riconsiderare il ruolo e limportanza
di Marianne Faithfull rispetto al carrozzone babilonico (il rock) che ci ha
condotto fino a qui.