
Mara Carlyle propone in The Lovely un’album di musica, talvolta elettronica, sognante e devota tanto allo slow rock (Mazzy Star) quanto al crooning d’annata più fuor di moda (la maliosa I Blame You Not).
Vocalist dotata, dai toni caldi e sensuali, Mara gioca a tingere il trip hop con ritmi jazzy leggeri leggeri (Alive), oppure poggia la sua ugola splendente su spessi strati di voci corali e nottambule (accade in Bonding). A venirne sempre fuori al meglio, quale che sia il genere incocciato dalle canzoni nell’albo, è sempre la Carlyle cantante: debitrice verso i vocalizzi caldi ed astratti di Jeff Buckley, sfiatata e opaca quale la miglior Jessica Bailiff talvolta, sempre e comunque la vera regina dei giochi.
Ogni brano potrebbe essere tranquillamente eseguito a cappella e non perderebbe per questo un grammo del suo fascino discreto (anche se qui gli arrangiamenti strumentali son tutt’altro che accessori, si ascolti il quartetto da camera in It’s Time, lied a metà fra quelli di Hugo Wolf e la prima Bjork). Il lato meno interessante dell’operazione artistica è quello riservato a Lost To Sea, arrangiata a metà fra gli Yes barocchi primi 80 e i Moody Blues d’epoca. Ma è solo uno scivolone scusabile; Bravely Born(e) finalmente conduce l’arte della nostra nell’empireo che le è proprio: quello del puro vocalismo, del contrappunto corale. Arte nella quale si svelano anche le ascendenze classiche, soprattutto la polifonia rinascimentale, della Carlyle.
(6.5/10)