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Manu Chao - Sibérie M’Etait Contée (Radio Bemba, 2004)

di Stefano Solventi

A tre anni dal sottovalutato Proxima Estacion Esperanza – la cui peggior colpa era di uscire dopo l’eccellente Clandestino – e a due dal live Radio Bemba Sound System che ha sancito il distacco dalla Virgin, torna Manu Chao e lo fa libero da qualsivoglia “zavorra”, libero di presentarsi quando e come più ritiene opportuno.
Importante sottolineare questo aspetto, perché in Siberie m’etait contée la poetica dell’ex-Mano Negra si svolge appieno, sbrigliata e soprattutto sfrondata dagli obblighi etno-alternativi, che pure non vengono certo dimenticati. Rispetto alle due precedenti prove soliste, il principale combustibile è una ipercromatica misticanza di minuterie popolari, pescata tra i mercatini del vivere quotidiano, annusando le cantonate e i marciapiedi, stillando il succo prezioso del semplice passare il tempo, lasciandosi scorrere addosso la vita.
Così sboccia l’arte artigiana di Manu Chao, con la sua strategia di piccole cose che vibrano ricordi d’altri mondi, col globale magicamente a braccetto del locale. Libero, dunque, tanto da presentarsi in forma di libro con cd allegato (al momento commercializzato solo in Francia), affidando all’amico illustratore polacco Wozniak la raffigurazione dei “punti di vista”, schizzi di viaggio dove il colore è segno di guizzante perturbazione, di vitale alterità.
Quanto al cd, sgrana un rosario di tenere, ficcanti miniature, di sogni ad occhi aperti aggrappati agli stracci delle ultime libertà. Finge fatalismo covando invettive (La Valse à Sale Temps). Spande laconica, rabbiosa, desolata amarezza (Helno est mort). Mastica rimorsi senza possibilità di remissione (Trop Tot... Trop Tard). Scocca inquietanti ossessioni d’amore (Je suis fou de toi) che additano l’impenetrabile distanza cresciuta tra i cuori (Sibérie).
Cantato tutto in francese, è – ebbene sì – un concept album ambientato in una Parigi immensa banlieue di se stessa, con una poesia per ogni minaccia e una fisarmonica per ogni difficoltà. La fisarmonica, suonata da Thierry Bartalucci, è una presenza dominante, è la chiave per l’intimità, per gli spiccioli di vita triturata (non a caso Bartalucci interviene anche nella stesura di molti brani). Quasi altrettanto frequenti sono la tromba e il trombone di Roy Paci, capace di portenti frugali e luminosissimi, come quando in Helno est mort trasfigura il brio tropicale in swing d’anteguerra (col coro che palpa polpe gospel).
Ci sono poi quei caleidoscopi sbarazzini con l’amarezza annidata dentro, voci che s’intrecciano, sfarfallano, zampettano come pupazzi vivi, zampillano nella disarmante innocenza ritrovata ne Le petit jardin (che pure cova profonda e amara consapevolezza), ti passano accanto nella passeggiata emblematica di La petite blonde du boulevard brune, chinano la testa nel greve enunciato di Il faut manger e nell’agro, rassegnato dark side di Dans mon jardin (in guisa di folk desert ballad).
Una tessitura parca eppure formicolante (fisarmonica e ottoni più chitarrine, percussioni, rari sfrigolii elettronici…), come se dell’estro sciorinato su mille palcoscenici non rimanesse che il rumore di fondo, un brusio di memoria che si agita come un mare sognato, intavisto laggiù, in fondo al giardino. Ne risulta valorizzato il lavoro sulla voce, così simile ad un gioco di inquadrature mobili, stacchi e primissimi piani, carrellate e steady cam, panoramiche sgranate e sprazzi di colore.
Ciò vale tanto per la mazurca sordida di Madame Banquise che per la ritmica sintetica di L’automne est las, per il mambo gommoso di Les rues de l'hivers e per il fox-trot francesissimo di Les Milles Paillettes, per la bruma tecno/desert di Te souviens-tu (come dei Black Heart Procession immersi in emulsione sintetica, tra clavinet e ululati ventosi) e per il pungolo caraibico di Sibérie fleuve amour (pigolare psych di corde, festa di percussioni e xilofono).
E’ questa oggi la musica di Manuel Chao, il suo “impegno”. Un (tra)vestirsi da pop “basso” che inocula piccoli ordigni di rabbia, di speranza, di civile sconcerto e accorata ribellione. Senza perdere, giammai, la tenerezza delle piccole cose, dei gesti che ogni giorno ci salvano o ci possono salvare. Un disco “di passaggio” che rischia di rimanere la testimonianza più limpida e compiuta dell’ex-Mano Negra.

(7.5/10)

01. Le P'tit Jardin
02. Petite Blonde du Boulevard Brune
03. La Valse à Sale Temps
04. Les Milles Paillettes
05. Il Faut Manger
06. Helno Est Mort
07. J'ai Besoin de la Lune
08. L'automne Est Làs
09. Si Loin de Toi ... Je te Joue
10. 100.000 Remorts
11. Trop Tôt, Trop Tard
12. Te Tromper
13. Madame Banquise
14. Les Rues de l'Hiver
15. Sibérie Fleuve Amour
16. Les Petites Planètes
17. Te Souviens Tu ...
18. J'ai Besoin de la Lune [remix]
19. Dans mon jardin
20. Merci Bonsoir
21. Fou de Toi
22. Les Yeux Turquoise
23. ... Sibérie ...