
A tre anni dal sottovalutato Proxima Estacion Esperanza
la cui peggior colpa era di uscire dopo leccellente Clandestino
e a due dal live Radio Bemba Sound System che ha sancito
il distacco dalla Virgin, torna Manu Chao e lo fa libero da qualsivoglia
zavorra, libero di presentarsi quando e come più ritiene
opportuno.
Importante sottolineare questo aspetto, perché in Siberie
metait contée la poetica dellex-Mano
Negra si svolge appieno, sbrigliata e soprattutto sfrondata dagli obblighi
etno-alternativi, che pure non vengono certo dimenticati. Rispetto alle
due precedenti prove soliste, il principale combustibile è una ipercromatica
misticanza di minuterie popolari, pescata tra i mercatini del vivere quotidiano,
annusando le cantonate e i marciapiedi, stillando il succo prezioso del
semplice passare il tempo, lasciandosi scorrere addosso la vita.
Così sboccia larte artigiana di Manu Chao, con la sua strategia
di piccole cose che vibrano ricordi daltri mondi, col globale magicamente
a braccetto del locale. Libero, dunque, tanto da presentarsi in forma di
libro con cd allegato (al momento commercializzato solo in Francia), affidando
allamico illustratore polacco Wozniak la raffigurazione dei
punti di vista, schizzi di viaggio dove il colore è segno
di guizzante perturbazione, di vitale alterità.
Quanto al cd, sgrana un rosario di tenere, ficcanti miniature, di sogni
ad occhi aperti aggrappati agli stracci delle ultime libertà. Finge
fatalismo covando invettive (La Valse à Sale Temps). Spande
laconica, rabbiosa, desolata amarezza (Helno est mort). Mastica rimorsi
senza possibilità di remissione (Trop Tot... Trop Tard). Scocca
inquietanti ossessioni damore (Je suis fou de toi) che additano
limpenetrabile distanza cresciuta tra i cuori (Sibérie).
Cantato tutto in francese, è ebbene sì un concept
album ambientato in una Parigi immensa banlieue di se stessa, con una poesia
per ogni minaccia e una fisarmonica per ogni difficoltà. La fisarmonica,
suonata da Thierry Bartalucci, è una presenza dominante, è
la chiave per lintimità, per gli spiccioli di vita triturata
(non a caso Bartalucci interviene anche nella stesura di molti brani). Quasi
altrettanto frequenti sono la tromba e il trombone di Roy Paci, capace
di portenti frugali e luminosissimi, come quando in Helno est mort
trasfigura il brio tropicale in swing danteguerra (col coro che palpa
polpe gospel).
Ci sono poi quei caleidoscopi sbarazzini con lamarezza annidata dentro,
voci che sintrecciano, sfarfallano, zampettano come pupazzi vivi,
zampillano nella disarmante innocenza ritrovata ne Le petit jardin
(che pure cova profonda e amara consapevolezza), ti passano accanto nella
passeggiata emblematica di La petite blonde du boulevard brune, chinano
la testa nel greve enunciato di Il faut manger e nellagro,
rassegnato dark side di Dans mon jardin (in guisa di folk desert
ballad).
Una tessitura parca eppure formicolante (fisarmonica e ottoni più
chitarrine, percussioni, rari sfrigolii elettronici
), come se dellestro
sciorinato su mille palcoscenici non rimanesse che il rumore di fondo, un
brusio di memoria che si agita come un mare sognato, intavisto laggiù,
in fondo al giardino. Ne risulta valorizzato il lavoro sulla voce, così
simile ad un gioco di inquadrature mobili, stacchi e primissimi piani, carrellate
e steady cam, panoramiche sgranate e sprazzi di colore.
Ciò vale tanto per la mazurca sordida di Madame Banquise che
per la ritmica sintetica di Lautomne est las, per il mambo
gommoso di Les rues de l'hivers e per il fox-trot francesissimo di
Les Milles Paillettes, per la bruma tecno/desert di Te souviens-tu
(come dei Black Heart Procession immersi in emulsione sintetica,
tra clavinet e ululati ventosi) e per il pungolo caraibico di Sibérie
fleuve amour (pigolare psych di corde, festa di percussioni e xilofono).
E questa oggi la musica di Manuel Chao, il suo impegno.
Un (tra)vestirsi da pop basso che inocula piccoli ordigni di
rabbia, di speranza, di civile sconcerto e accorata ribellione. Senza perdere,
giammai, la tenerezza delle piccole cose, dei gesti che ogni giorno ci salvano
o ci possono salvare. Un disco di passaggio che rischia di rimanere
la testimonianza più limpida e compiuta dellex-Mano Negra.
(7.5/10)