
Sono curiosi i modi di Luisenzaltro, a partire dal nome. Dietro al quale
si nasconde (e col quale si espleta) Alessio Luise, classe '78 da Sesto
San Giovanni, ex voce e autore negli Analisylogika, pop-band che
pur non affrancandosi da una dimensione prettamente "locale" riuscì a
strappare un secondo posto al concorso per parolieri "Non sparate
sul pianista" di Rimini, edizione 2002.
Luise è innanzitutto un poeta, le parole sono la sua materia prima e
ci tiene a sottolinearlo. Non a caso questo demo d'esordio a nome Luisenzaltro
s'intitola come sintitola, boutade zigzagante che ammicca proprio la
secondarietà dell'aspetto musicale rispetto a quello testuale. Tuttavia,
non è proprio così. O, almeno, allascolto non s'avverte.
Il gioco - se è un gioco - funziona, le parole infilano e sfilano sensi
perfettamente organiche al contesto sonoro, senza sormontarne l'evanescenza
affilata.
Suono che sboccia da autarchica concitazione domestica di chitarra e tastiera,
found voices e ammennicoli (aspirapolvere, radio e videogames...), il canto
(interessante) espettorato con agra fierezza. Il tutto fieramente registrato
in analogico, scelta intenzionale e non circostanziale, come a rigirare la
lama nella piaga tra digitale e reale, tastare la presenza del suono evocante
latto, cercandone la fisicità riflessa e non ri-prodotta.
Se i mezzi non consentono purezza e nitore, la (conseguente) ovatta lo-fi finisce
per sembrare poetica, arricchendo la proposta di straniante nebulosità.
Poesia quindi che s'inverte in canzone, e viceversa. Né l'una né l'altra,
ed entrambe. Il poco che dissimula il molto, ed altro ancora.
Tredici tracce che beccheggiano nel solco tra psichedelia e new wave, tra arguzie
nonsense ("l'Esselunga viene dopo, poco dopo l'erremoscia"),
amarezze mimetizzate ("ci metto troppa cura nella poca cura")
e disarmanti sentenze ("per fare l'artista ci vuole tempo libero/ è meglio
fare l'operatore culturale").
Un po' Robyn Hitchcock, un po' Elio (senza Storie Tese),
un po' Morgan, un po' Claudio Rocchi, un po' Ian Curtis.
E nessuno di questi. Luisenzaltro invece sì, proprio lui. Con la (anti)grazia
pop della (quasi) title track, le strategie Eno su feedback immalinconito
di Viceversa, l'electro funk puntuto e sfarfallante di Comune.
Eppoi certi incanti destrutturati à la Barrett ne Il Fruscio
Delle Infiorescenze, le spigolosità ipermoderne di Contatore,
la tenerezza del piano stemperata in rumore sintetico di Leisenzaltro.
E gli slittamenti folk-psych di Semicerchi, e il baluginare brumoso
di SestoCantieri (quasi un relitto Roger Waters periodo Ummagumma).
Senza girarci troppo intorno, uno degli ascolti che più mi ha divertito
e inquietato nelle ultime settimane. Ho scritto sopra che la grana lo-fi rappresenta
un valore aggiunto, e confermo. Però lasciatemi immaginare cosa potrebbero
queste canzoni in mano ad una produzione come si deve. Sapete? Mimmagino
un gran disco.
(7,3/10)