
Il sottotitolo del disco recita “The Backwards
America”, che letteralmente suona come “l’America all’indietro,
a ritroso”, ma che a leggere tra le righe potrebbe voler dire “l’America
conosciuta a fondo”. Se poi le canzoni si fanno chiamare This American
Dream (traccia numero tre) o Singing To The Thieves (traccia numero sette) si
erge, spontanea, la domanda: sarà l’ennesima opera di protesta
contro il vizio capitalista, contro il governo Bush, contro il sogno consumistico
dell’America imperialista?
Fortunatamente no: Like Trees We Grow Up To Be Satellites è sì un
album americano ma inteso nella sua accezione più intima e personale, è l’America
di William Trevor Montgomery, in arte Lazarus.
Abbandonati i Tarentel (gruppo post-avant-rock di una certa fama), ci regala,
con questo suo secondo album solista, un pugno di canzoni ricche di pathos,
concepite per un folk decisamente più epico che rurale, e declinate
in versi abbondanti, descrittivi e visionari.
Trevor ci legge, pagina per pagina, il suo romanzo di solitudini e abbandoni,
di sogni infranti e di pensieri consumati perdendosi per le vie di una
San Francisco qualunque, lasciando zampillare un flusso di immagini e parole
che si perdono
senza speranza in un buco in mezzo alla strada, dove finisce tutta la pioggia
che è caduta, tutte le lacrime versate, tutto l’alcol bevuto
in una sera.
A voler trovare dei riferimenti si pensi tanto a certe ballate amare di
Elvis Costello quanto ai momenti acustici dei Pink
Floyd più pastorali (periodo Atom
Heart Mother – Meedle), anche se la citazione più attuale
va sicuramente a Bright
Eyes, con il quale Lazarus condivide un certo talento
lirico e qualche coordinata stilistica (The Poet of Emptiness, non a caso uno
dei brani migliori) ma, ahinoi, non la prolificità e la ricchezza di
soluzioni.
Il limite più grande di quest’album, soprattutto nella seconda
parte, è proprio lo statico evolversi delle composizioni, che non ci
impedisce però di assaporare con parsimonia i tratti umbratili e suggestivi
di tracce come Fashion/Murder o Michelle from Somewhere, fotografie di
un’America
che non ci appartiene, ma che affascina comunque, magneticamente. (7.0/10)