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Lazarus - Like Trees We Grow Up To Be Satellites (Temporary Residence Ltd. / Wide)

di Riccardo “Mimmi” Maselli

Il sottotitolo del disco recita “The Backwards America”, che letteralmente suona come “l’America all’indietro, a ritroso”, ma che a leggere tra le righe potrebbe voler dire “l’America conosciuta a fondo”. Se poi le canzoni si fanno chiamare This American Dream (traccia numero tre) o Singing To The Thieves (traccia numero sette) si erge, spontanea, la domanda: sarà l’ennesima opera di protesta contro il vizio capitalista, contro il governo Bush, contro il sogno consumistico dell’America imperialista?
Fortunatamente no: Like Trees We Grow Up To Be Satellites è sì un album americano ma inteso nella sua accezione più intima e personale, è l’America di William Trevor Montgomery, in arte Lazarus.
Abbandonati i Tarentel (gruppo post-avant-rock di una certa fama), ci regala, con questo suo secondo album solista, un pugno di canzoni ricche di pathos, concepite per un folk decisamente più epico che rurale, e declinate in versi abbondanti, descrittivi e visionari.
Trevor ci legge, pagina per pagina, il suo romanzo di solitudini e abbandoni, di sogni infranti e di pensieri consumati perdendosi per le vie di una San Francisco qualunque, lasciando zampillare un flusso di immagini e parole che si perdono senza speranza in un buco in mezzo alla strada, dove finisce tutta la pioggia che è caduta, tutte le lacrime versate, tutto l’alcol bevuto in una sera.
A voler trovare dei riferimenti si pensi tanto a certe ballate amare di Elvis Costello quanto ai momenti acustici dei Pink Floyd più pastorali (periodo Atom Heart Mother Meedle), anche se la citazione più attuale va sicuramente a Bright Eyes, con il quale Lazarus condivide un certo talento lirico e qualche coordinata stilistica (The Poet of Emptiness, non a caso uno dei brani migliori) ma, ahinoi, non la prolificità e la ricchezza di soluzioni.
Il limite più grande di quest’album, soprattutto nella seconda parte, è proprio lo statico evolversi delle composizioni, che non ci impedisce però di assaporare con parsimonia i tratti umbratili e suggestivi di tracce come Fashion/Murder o Michelle from Somewhere, fotografie di un’America che non ci appartiene, ma che affascina comunque, magneticamente. (7.0/10)

01. Walking Sonnet
02. Fashion/Murder
03. This American Dream
04. Croslin St. (MCMSM)
05. Poet of Emptiness
06. Michewe from Somewhere
07. Singing to the Thieves
08. With/What/We
09. Breathing in Backyards
10. Mostly Ghosts