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Laura Veirs – Carbon Glacier (Bella Union, 2004)

di Marina Pierri

L’ossimoro contenuto nel titolo del disco, Carbon Glacier, evoca puntualmente i due aggettivi con cui verrebbe da descrivere la voce di Laura Veirs che, afona, disegna ad arte schizzi lirici e sonori in ebollizione sotto la superficie chèta.
Il risultato sono tredici pezzi di songwriting onesto, che dalle premesse dei due precedenti dischi (Trobled by the Fire e The Triumphs and Travails of Orphan Mae), portano a segno un’intenzione semplice: catturare segmenti di realtà percepiti secondo le coordinate emotive di una sensibilità che altrimenti soffrirebbe il silenzio. Rapture, del resto, elenco dei numi tutelari e personali all’arte della Veirs, funziona idealmente da manifesto e dichiarazione di poetica e, nonostante soffra di una certa ingenuità compositiva (and doesn’t the tree write great poetry doing it oh so well?), funziona bene. Non di meno, il refrain di Ether Sings ripete: hearts can’t help but sing.

Il folk di Carbon Glacier non ha nulla di solare. La copertina del disco, suo paratesto eloquente, rappresenta un mare notturno e siderale circondato da montagne, che assomigliano molto ad icebergs a dire il vero, sul quale dondola una barchetta di legno ed un uomo che regge una grande lanterna (viene immediatamente in mente l’illustrazione canonica dell’Eremita di Stairway to Heaven): gli elementi del disegno ricorrono, ognuno a suo modo, nei pezzi. Riptide, tra gli episodi più suggestivi della tracklist, recita tra i violini e gli arpeggi un inno alle stelle affinchè indichino il percorso a chi è perduto sulle onde (la coda strumentale del pezzo, che chiude il disco, è struggente), mentre Wind is Blowing Stars è il cammeo di due innamorati sdraiati in un prato buio ad assorbire la luna. Shadow Blues, arrangiata e adattata da un testo di Karl Blau, corre sorda sul filo di una melodia tesa e piatta che fa da soundscape a versi come your blackened kiss on my cheek runs river deep: sono cupa, grida la Veirs, ma anche se sono cupa sono ancora una bambina. Ed a guardarla, a dirla tutta, si direbbe che è vero: piccola, bionda,occhialuta e piuttosto trascurata, è facile immaginarla curva sulle corde della sua chitarra acustica punta dall’urgenza di raccontarsi, circondata dai glockenspiel, dagli ukulele e dai banjo. Se si dovesse accostarla ad un altro nome dell’alt.folk femminile, la si accosterebbe chiaramente alla strana grazia di una Mirah.

Laura Veirs non è sicuramente la prima, né tantomeno l’ultima della folksters americane che cercano la loro strada al riparo dal brusio delle major, delle folle e della celebrità (basta pensare ad Ani DiFranco o Kimya Dawson); probabilmente non è neppure la più talentuosa. Nonostante questa facilità di classificazione e di conseguenza, neutralizzazione, Carbon Glacier ha consegnato al 2004 una sequenza di piccole suite intime e sognanti – la fiammella vivida di una lampada ad olio per le notti di buio più inclementi.

(6.9/10)

01. Ether Sings
02. Icebound Stream
03. Rapture
04. Lonely Angel Dust
05. The Cloud Room
06. Wind Is Blowing Stars
07. Shadow Blues
08. Anne Bonny Ray
09. Snow Camping
10. Chimney Sweeping Man
11. Salvage A Smile
12. Blackened Anchor
13. Riptide