
Lo diciamo subito, a scanso di equivoci,
Connor Kirby-long,in arte Khonnor, si presenta al mondo esterno con un
disco spiazzante, innovativo, accattivante ed emozionante come pochi altri.
La
sua storia è uguale a mille altre lette nelle riviste, nei libri,
viste nei film, o più semplicemente vissute, indirettamente o in
prima persona. C’è un ragazzo. In una stanza. La sua stanza.
Il ragazzo è seduto di fronte al proprio computer (pc o mac, fate
voi), imbraccia una chitarra da 20 dollari comprata di terza mano dal
cugino più grande che oramai, terminato il college, lavora per la
multinazionale di turno (e non ha più tempo per sognare), e prova
a creare della musica con un ideale estetico ben preciso in testa, oltre
a solidi riferimenti
musicali appartenenti al passato più o meno recente. Le sue mani
si muovono veloci sul mouse e sulla tastiera midi mentre la sua mente
elabora ritmi e melodie che gli sembrano inaudite e bellissime. E nel
cuore ha la
speranza di poter sconvolgere e stupire il mondo dei Grandi con la sua
musica. Fin qui, come dicevamo, una storia come mille altre. Ma con una
sostanziale
differenza: Khonnor ha talento. Talento da vendere. Un talento così puro
e magicamente grezzo, da riuscire a trasformare ogni suono, ogni melodia,
ogni parola in poesia, in emozione, in estasi. Sembra incredibile crederlo.
Eppure è così.
Proviamo a lasciar da parte il fatto che Khonnor abbia solo 17 anni.
Che questo disco sia il suo esordio,se si esclude un ep autoprodotto,che
la maggior parte degli appassionati e addetti ai lavori ha scoperto postumo
e scaricato, visto che non si trova in commercio per ora. Che sia stato
velocemente ed inequivocabilmente segnalato come l’ultimo astro nascente
dell’indie mondiale (per favore non pensate però ad un novello
Richard D. James, sareste fuori strada). Ed infine che è già finito
su buona metà delle copertine delle riviste musicali specializzate
che contano, e molto presto finirà anche sull’altra metà.
Che cosa rimane?
Handwriting, appunto. Un disco bellissimo
ma soprattutto unico per un motivo in particolare: non è cosa
da tutti i giorni saper condensare una ricerca sonora così profonda
e di confine con un tasso di godibilità d’ascolto
quasi perfetto. Basta ascoltare i primi trenta secondi della traccia
d’apertura
Man from the Anthill per rimanere attoniti e rapiti di fronte a
siffatta meraviglia sonora: noises sinfonico digitale preso in prestito
dal catalogo
della Touch, voce a metà tra David
Sylvian e Conor
Oberst e una chitarra
ultra-dreamy alla Endless
Summer. Un pezzo che ti abbraccia e ti accompagna
dolcemente sulla tua stella preferita. E questo non è che l’inizio;
che dire di Megans present, Dusty, Kill2 e Screen Love, Space
And The Time Man? Se non che sono delle perfette pop songs per cuori
infranti del nuovo millennio. Così ben organizzate, ricche di suoni
ed umori, e contemporaneamente così catchy che anche uno bravo come Jimmy
Tamborello (aka Dntel), non può far altro che togliersi
il cappello ed applaudire il giovane collega. Ma il punto di non ritorno
(per i nostri cuori) si raggiunge con Phone calls from you: intro
di drum machine
e chitarra acustica, un testo
particolarmente evocativo e criptico affidato ad una voce effettata e
raddoppiata, ed infine una coda indietronica digital-acustica che potrebbe
trovare paragoni
in una ipotetica jam session tra AGF, i Mùm e
gli Alog, remixati
da Four Tet. Anche gli strumentali inclusi nella scaletta
svolgono appieno la propria funzione di ascensori emozionali tra un paradiso-canzone
ed
un altro (la breve ma intensissima I Was Everything You Wanted Until
I Quit). Un capolavoro del genere si sarebbe potuto aspettare da pezzi
da novanta
come Jim O’Rourke e Kevin Shields,
insieme e al top della loro forma e creatività. Ed invece è opera
di un esordiente con l’anima
di Sparklehorse e la mente made in Mego. Straconsigliato
a chi ha amato i gruppi Creation di fine ’80- primi ’90 (My
bloody valentine,
Slowdive etc..), a chi si è innamorato negli ultimi
mesi degli svedesi
Radio Dept., a chi pensa che la nuova frontiera del pop
d’autore siano
le suite pastorali targate Fennesz,
ma soprattutto a chi pensa che la musica sia allo stesso tempo nutrimento
per la mente e per il cuore.
Chi ha avuto la lungimiranza, l’accortezza, o più semplicemente
la fortuna di ascoltare, di comprare, di scaricare o, perché no, di rubare
Handwriting al momento della propria uscita (autunno 2004), lo avrà sicuramente
inserito prontamente nella propria Top 10 di fine anno. Per tutti gli altri,
eccovi il primo, imprescindibile, album del 2005.
P.S. Voci di corridoio ci dicono che Khonnor, terminata l’high school,
abbia intenzione di iscriversi al college per studiare regia. Se riuscirà ad
esprimere il proprio talento anche nella settima arte, aspettiamoci, perlomeno,
un nuovo Paul Thomas Anderson.