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Khonnor- Handwriting (Type, 2004)

di Matteo Quinzi

Lo diciamo subito, a scanso di equivoci, Connor Kirby-long,in arte Khonnor, si presenta al mondo esterno con un disco spiazzante, innovativo, accattivante ed emozionante come pochi altri. La sua storia è uguale a mille altre lette nelle riviste, nei libri, viste nei film, o più semplicemente vissute, indirettamente o in prima persona. C’è un ragazzo. In una stanza. La sua stanza. Il ragazzo è seduto di fronte al proprio computer (pc o mac, fate voi), imbraccia una chitarra da 20 dollari comprata di terza mano dal cugino più grande che oramai, terminato il college, lavora per la multinazionale di turno (e non ha più tempo per sognare), e prova a creare della musica con un ideale estetico ben preciso in testa, oltre a solidi riferimenti musicali appartenenti al passato più o meno recente. Le sue mani si muovono veloci sul mouse e sulla tastiera midi mentre la sua mente elabora ritmi e melodie che gli sembrano inaudite e bellissime. E nel cuore ha la speranza di poter sconvolgere e stupire il mondo dei Grandi con la sua musica. Fin qui, come dicevamo, una storia come mille altre. Ma con una sostanziale differenza: Khonnor ha talento. Talento da vendere. Un talento così puro e magicamente grezzo, da riuscire a trasformare ogni suono, ogni melodia, ogni parola in poesia, in emozione, in estasi. Sembra incredibile crederlo. Eppure è così.
Proviamo a lasciar da parte il fatto che Khonnor abbia solo 17 anni. Che questo disco sia il suo esordio,se si esclude un ep autoprodotto,che la maggior parte degli appassionati e addetti ai lavori ha scoperto postumo e scaricato, visto che non si trova in commercio per ora. Che sia stato velocemente ed inequivocabilmente segnalato come l’ultimo astro nascente dell’indie mondiale (per favore non pensate però ad un novello Richard D. James, sareste fuori strada). Ed infine che è già finito su buona metà delle copertine delle riviste musicali specializzate che contano, e molto presto finirà anche sull’altra metà. Che cosa rimane?
Handwriting, appunto. Un disco bellissimo ma soprattutto unico per un motivo in particolare: non è cosa da tutti i giorni saper condensare una ricerca sonora così profonda e di confine con un tasso di godibilità d’ascolto quasi perfetto. Basta ascoltare i primi trenta secondi della traccia d’apertura Man from the Anthill per rimanere attoniti e rapiti di fronte a siffatta meraviglia sonora: noises sinfonico digitale preso in prestito dal catalogo della Touch, voce a metà tra David Sylvian e Conor Oberst e una chitarra ultra-dreamy alla Endless Summer. Un pezzo che ti abbraccia e ti accompagna dolcemente sulla tua stella preferita. E questo non è che l’inizio; che dire di Megans present, Dusty, Kill2 e Screen Love, Space And The Time Man? Se non che sono delle perfette pop songs per cuori infranti del nuovo millennio. Così ben organizzate, ricche di suoni ed umori, e contemporaneamente così catchy che anche uno bravo come Jimmy Tamborello (aka Dntel), non può far altro che togliersi il cappello ed applaudire il giovane collega. Ma il punto di non ritorno (per i nostri cuori) si raggiunge con Phone calls from you: intro di drum machine e chitarra acustica, un testo particolarmente evocativo e criptico affidato ad una voce effettata e raddoppiata, ed infine una coda indietronica digital-acustica che potrebbe trovare paragoni in una ipotetica jam session tra AGF, i Mùm e gli Alog, remixati da Four Tet. Anche gli strumentali inclusi nella scaletta svolgono appieno la propria funzione di ascensori emozionali tra un paradiso-canzone ed un altro (la breve ma intensissima I Was Everything You Wanted Until I Quit). Un capolavoro del genere si sarebbe potuto aspettare da pezzi da novanta come Jim O’Rourke e Kevin Shields, insieme e al top della loro forma e creatività. Ed invece è opera di un esordiente con l’anima di Sparklehorse e la mente made in Mego. Straconsigliato a chi ha amato i gruppi Creation di fine ’80- primi ’90 (My bloody valentine, Slowdive etc..), a chi si è innamorato negli ultimi mesi degli svedesi Radio Dept., a chi pensa che la nuova frontiera del pop d’autore siano le suite pastorali targate Fennesz, ma soprattutto a chi pensa che la musica sia allo stesso tempo nutrimento per la mente e per il cuore.
Chi ha avuto la lungimiranza, l’accortezza, o più semplicemente la fortuna di ascoltare, di comprare, di scaricare o, perché no, di rubare Handwriting al momento della propria uscita (autunno 2004), lo avrà sicuramente inserito prontamente nella propria Top 10 di fine anno. Per tutti gli altri, eccovi il primo, imprescindibile, album del 2005.

 

P.S. Voci di corridoio ci dicono che Khonnor, terminata l’high school, abbia intenzione di iscriversi al college per studiare regia. Se riuscirà ad esprimere il proprio talento anche nella settima arte, aspettiamoci, perlomeno, un nuovo Paul Thomas Anderson.

01 Man from the Anthill
02 Daylight and delight
03 Megan's present
04 Dusty
05 Crapstone
06 Kill2
07 A little secret
08 An ape is loose
09 Phone calls from you
10 The stoned night
11 Screen love, space, and the time man
I was everything you wanted until I quit
12 Tattletalent (Encore)
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