
Dopo i riscontri ottenuti con i precedenti lavori, cera da attendersi
una consacrazione: invece questo Time For Flowers mantiene molte premesse
ma non risolve il dilemma circa la reale caratura della Juniper Band. Anzi,
preso atto dellabbandono di tastierista e bassista alla fine delle
registrazioni, il presente e il futuro del gruppo appaiono piuttosto nebulosi.
Il programma non delude, anzi denota una certa padronanza della materia
e voglia di esplorare ulteriormente, però di converso linsieme
soffre la mancanza di coordinate poetiche nitide, duna
direzione a cui lascolto (e lascoltatore) dovrebbero sentirsi
diretti.
Nove le tracce, mediamente buone, in bilico tra dominio delle e sudditanza
alle forme, tra versatilità e disomogeneità, tra inquietudini
post-futuriste Radiohead e apocalissi da camera GY!BE, tra dark-folk Thalia
Zedek e country-rock Neil Young, tra garage e stoner, attitudini
emo e baluginii prog.
In generale, un vibrante sostrato psichedelico sovrintende ogni episodio, pur
negandosi esplosioni catartiche in favore di uninerzia incandescente
(a tratti incontenibile). E il caso di Cult of the skull, ballata
che sapre a ventaglio su un dialogo spiazzante dorganino e flauto,
il crescendo crudo, denso e rabbioso, frastagliato di riverberi e scie di suono,
caracollante come il funerale di un sogno. Ed è il caso delliniziale Cold
Bodies, solenni mantici di chitarre suonate ad archetto e baluginare cupo
dorgani, chitarre lancinanti e dimessi puntigli di piano, la svolta centrale
che condensa unonda durto progressiva, densa, a rilascio controllato.
Sincendia invece la componente acida nella deflagrante Gemini,
corde esagitate e ruvido bordone dhammond, funky avvinghiato al propulsore
garage-psych, il canto come lurlo di chi sta guidando la locomotiva verso
lo schianto, nulla di geniale però capace di fare un boccone solo di
tutti i Verdena sulla piazza. Una simile trama scabrosa presiede la
messa in opera di To the glow (sfasature toste e strascicate à la Afghan
Whigs insidiate da gorghi elettrostatici) e della successiva Ropes,
sorta di boogie incrudito, feroce incrocio di corde come una Electioneering (nellOK
Computer dei Radiohead) appena rallentata, il canto di Francesco piegato
verso taglienti inflessioni Tom Verlaine.
Daltro canto, Empty Spaces dimostra frequentazione con certo folk-rock
di grana più tradizionale, rammentando lincedere accorato e caustico
assieme dei Crazy Horse in Zuma da un lato, e le brume
sussultanti di Thalia Zedek (soprattutto nei vividi ricami di batteria) dallaltro,
andando infine a spegnersi nellimpalpabile abbraccio di armonica e piano.
Detto di una Blue Star che spiana attitudini emo, baluginii prog, cambi
di tempo a schiaffi, indefinibili memorie jazz e foga ai limiti del metal (!!!),
e rubricata la meditativa parentesi di Bring you Flowers (chiacchiericcio
sospeso nellaria abitata da tastiere sghembe come marionette scordate,
inquietante ma con un che di sfocato), resta da riferire della macchinosa Every
hour wounds (last one kills), blues acido schiaffeggiato da refoli sintetici
dimprovviso abitato da arpeggio di chitarra, tutto ciò prima dimboccare
un percorso di accumulazione d'ingredienti (synth, feedback, riff, arpeggi,
vocalizzi...) che non riescono a dissimulare il sapore di brodo un po allungato.
In definitiva, un album che non manca di attrattiva e a tratti di autentico
fascino, ma lascia con un senso di schizofrenia irrisolta, di eccessi non redenti
che finiscono col sembrare velleità. Una bomba sul punto desplodere,
col dubbio (il rammarico) che potrebbe non farlo. In bocca al lupo.
(6,1/10)