
Accadono dischi così, che volete farci. Bellissimi e rannicchiati,
bizzarri quel briciolo di troppo per aspirare ad un pubblico più vasto
e stratificato. Milk Eyed Mender snocciola un programma che è un trapassare
da incanto a incanto, da languore a mestizia, da uggia a dolcezza. Dodici
tracce sostenute da una scrittura agra e lieve, interpretate con piglio capriccioso
ed etereo dalla giovane Joanna (poco più che ventenne), arpista e cantante
paricolarissima, già membro dei buoni Pleased, all'esordio su
lunga distanza ma già con l'aria di avere idee chiarissime e voglia
di esprimerle nel modo che più ama.
Ben venga l'alone di hype provocato dall'interessamento di Will Oldham (che
se l'è portata in tour come opening act) e dai recenti lavori di Devendra
Banhart e Cocorosie, cui stilisticamente viene (giustamente) accostata.
Anche Joanna si destreggia con matrici folk/blues arcaiche, tipo come doveva
entrarne un tempo nelle case portando il mistero e la consolazione di un mondo
sconosciuto, un fiabesco narrare per voci disperse, storie terribili mitigate
in sogno, incupite dalla poca luce tremolante.
Ninne nanne per anime disposte al buio. L'arpa a tessere le trame con urgente
naturalezza, smarcandosi in un fiat dall'aura accademica che il senso comune
(il mio senz'altro) è solito attribuirle. Una voce di bambina in una
bolla di vetro, di bambola di celluloide, di grammofono e bianco e nero.
Però anche una voce attraversata dalla contemporaneità, vagamente
memore di Bjork nello struggimento diafano di En Gallop e nell'onirico
sdilinquimento di Cassiopea, capricciosa come una Kate Bush geisha
nel palpitante saltarello di Peach, Plum, Pear (harpsichord in resta,
un chorus che deve qualcosa a Cloudbusting), scostante e flessuosa come
una Cat Power lucida in The Book Of Right-On, capace insomma
di innescare imprevedibili cortocircuiti temporali e - questo è il bello
- di tenerli saldamente sotto controllo.
Certi country-folk si snodano gotici come se avessero appena finito di scrollarsi
il gospel di dosso (il vibrante traditional Three Little Babies, solo
il piano, il canto desertico e il controcanto mormorato), altri sembrano aggrappati
alle prime avvisaglie di notte (la trepida This Side Of the Blue, organo,
voce e slide impalpabile), altri ancora fiutare le nebbioline pomeridiane del Nick
Drake buonanima (la friabile Swansea, con un ritornello che sguinzaglia
voce ed arpa sulle tracce di Bjork - ancora lei).
Ma anche quando più si avvicinano al cliché folk femminino (chessò,
da qualche parte tra Linda Ronstadt e Kristin Hersh) sanno librarsi
un paio di spanne sopra al pericolo dell'ovvietà grazie al connubio
particolarmente felice di scrittura ed interpretazione (si avvita scarna sulla
propria mestizia la conclusiva Clam, Crab, Cockle, Cowrie - un'arpa
asciuttissima, la voce che non ci pensa due volte ad arrischiare iodel sabbiosi).
La magia del disco si annida in quei pezzi che non riesci bene a spiegarti
almeno fino a che non smetti di farlo e semplicemente te li lasci scivolare
addosso, come quella Sadie il cui mood si alterna dolce e irrequieto
con fitte striature soul-RnB, la voce arrochita e slittante, una progettualità composita
che non temo di paragonare a certo Paul Simon e improvvisi squarci d'inesplicabile
intimità come il Bob Dylan di Blood On The Tracks),
o come l'impulso Tom Waits di Inflammatory Writ (la voce sprimacciata
senza badare al sottile, un piano inguaribilmente bohemienne, un'aria a metà tra
palcoscenico e confessione che scomoda paragoni Badly Drawn Boy e Eels).
Per non dire di Sprout And The Bean e dell'iniziale Bridges And Ballons,
che quanto ad acustic-folk dicono in una manciata di minuti quanto i Kings
Of Convenience non sapranno in vent'anni di carriera (il primo è un
valzerino che ficca il dito in una delle tante ferite possibili, l'arpa con
tentazioni di giardino zen, la veemenza di quel chorus che lega idealmente Sinead
O'Connors e Goldfrapp, il secondo una bossa stemperata in un folk-blues
sornione).
Disco un po' strano, scarno e volubile assieme, possiede indubbiamente tutto
ciò che gli serve. Talmente diretto che capisci tutto nel giro di due
ascolti, e che tuttavia sembra svelarsi continuamente, attingendo alla polpa
d'un anima sensibile e risoluta, risolutamente disposta a comunicarti un frammento
della propria sensibilità.
Rispetto al quasi contemporaneo esordio delle Cocorosie, col quale condivide
questa sorta di attualizzazione di registri d'antiquariato stemperati in un
intimismo palpitante e giocoso, mi sembra appoggiarsi meno sulle intuizioni
sonore potendo altresì contare su un talento compositivo e d'interprete
ben superiore. La qual cosa dovrebbe garantire alla giovane Joanna margini
di manovra più ampi in futuro (ma non ci sono regole, come ben sappiamo).
Insomma, disco bello, quasi bellissimo.
(7,3/10)