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Joanna Newsom - Milk Eyed Mender (Drag City, 2004)

di Stefano Solventi

Accadono dischi così, che volete farci. Bellissimi e rannicchiati, bizzarri quel briciolo di troppo per aspirare ad un pubblico più vasto e stratificato. Milk Eyed Mender snocciola un programma che è un trapassare da incanto a incanto, da languore a mestizia, da uggia a dolcezza. Dodici tracce sostenute da una scrittura agra e lieve, interpretate con piglio capriccioso ed etereo dalla giovane Joanna (poco più che ventenne), arpista e cantante paricolarissima, già membro dei buoni Pleased, all'esordio su lunga distanza ma già con l'aria di avere idee chiarissime e voglia di esprimerle nel modo che più ama.
Ben venga l'alone di hype provocato dall'interessamento di Will Oldham (che se l'è portata in tour come opening act) e dai recenti lavori di Devendra Banhart e Cocorosie, cui stilisticamente viene (giustamente) accostata. Anche Joanna si destreggia con matrici folk/blues arcaiche, tipo come doveva entrarne un tempo nelle case portando il mistero e la consolazione di un mondo sconosciuto, un fiabesco narrare per voci disperse, storie terribili mitigate in sogno, incupite dalla poca luce tremolante.
Ninne nanne per anime disposte al buio. L'arpa a tessere le trame con urgente naturalezza, smarcandosi in un fiat dall'aura accademica che il senso comune (il mio senz'altro) è solito attribuirle. Una voce di bambina in una bolla di vetro, di bambola di celluloide, di grammofono e bianco e nero.
Però anche una voce attraversata dalla contemporaneità, vagamente memore di Bjork nello struggimento diafano di En Gallop e nell'onirico sdilinquimento di Cassiopea, capricciosa come una Kate Bush geisha nel palpitante saltarello di Peach, Plum, Pear (harpsichord in resta, un chorus che deve qualcosa a Cloudbusting), scostante e flessuosa come una Cat Power lucida in The Book Of Right-On, capace insomma di innescare imprevedibili cortocircuiti temporali e - questo è il bello - di tenerli saldamente sotto controllo.
Certi country-folk si snodano gotici come se avessero appena finito di scrollarsi il gospel di dosso (il vibrante traditional Three Little Babies, solo il piano, il canto desertico e il controcanto mormorato), altri sembrano aggrappati alle prime avvisaglie di notte (la trepida This Side Of the Blue, organo, voce e slide impalpabile), altri ancora fiutare le nebbioline pomeridiane del Nick Drake buonanima (la friabile Swansea, con un ritornello che sguinzaglia voce ed arpa sulle tracce di Bjork - ancora lei).
Ma anche quando più si avvicinano al cliché folk femminino (chessò, da qualche parte tra Linda Ronstadt e Kristin Hersh) sanno librarsi un paio di spanne sopra al pericolo dell'ovvietà grazie al connubio particolarmente felice di scrittura ed interpretazione (si avvita scarna sulla propria mestizia la conclusiva Clam, Crab, Cockle, Cowrie - un'arpa asciuttissima, la voce che non ci pensa due volte ad arrischiare iodel sabbiosi).
La magia del disco si annida in quei pezzi che non riesci bene a spiegarti almeno fino a che non smetti di farlo e semplicemente te li lasci scivolare addosso, come quella Sadie il cui mood si alterna dolce e irrequieto con fitte striature soul-RnB, la voce arrochita e slittante, una progettualità composita che non temo di paragonare a certo Paul Simon e improvvisi squarci d'inesplicabile intimità come il Bob Dylan di Blood On The Tracks), o come l'impulso Tom Waits di Inflammatory Writ (la voce sprimacciata senza badare al sottile, un piano inguaribilmente bohemienne, un'aria a metà tra palcoscenico e confessione che scomoda paragoni Badly Drawn Boy e Eels).
Per non dire di Sprout And The Bean e dell'iniziale Bridges And Ballons, che quanto ad acustic-folk dicono in una manciata di minuti quanto i Kings Of Convenience non sapranno in vent'anni di carriera (il primo è un valzerino che ficca il dito in una delle tante ferite possibili, l'arpa con tentazioni di giardino zen, la veemenza di quel chorus che lega idealmente Sinead O'Connors e Goldfrapp, il secondo una bossa stemperata in un folk-blues sornione).
Disco un po' strano, scarno e volubile assieme, possiede indubbiamente tutto ciò che gli serve. Talmente diretto che capisci tutto nel giro di due ascolti, e che tuttavia sembra svelarsi continuamente, attingendo alla polpa d'un anima sensibile e risoluta, risolutamente disposta a comunicarti un frammento della propria sensibilità.
Rispetto al quasi contemporaneo esordio delle Cocorosie, col quale condivide questa sorta di attualizzazione di registri d'antiquariato stemperati in un intimismo palpitante e giocoso, mi sembra appoggiarsi meno sulle intuizioni sonore potendo altresì contare su un talento compositivo e d'interprete ben superiore. La qual cosa dovrebbe garantire alla giovane Joanna margini di manovra più ampi in futuro (ma non ci sono regole, come ben sappiamo).
Insomma, disco bello, quasi bellissimo.

(7,3/10)

01. Bridges and Balloons
02. Sprout and the Bean
03. Book of Right-On
04. Sadie
05. Inflammatory Writ
06. This Side of the Blue
07. "En Gallop"
08. Cassiopeia
09. Peach, Plum, Pear
10. Swansea
11. Three Little Babes
12. Clam, Crab, Cockle, Cowrie
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