
Ian Brown, padre riverito e modello vampirizzato - nonché vampiro a sua volta - del brit-pop (Liam Gallagher gli deve tutto, pure il look, ma si noti anche il sangue succhiato proprio da questo disco ai suoi figliocci Kula-Shaker), ritorna in pompa magna per ripetere sempre la stessa lezione ai suoi conterranei accoliti.
Il succo del suo insegnamento è più esistenziale che musicale,
se non addirittura manageriale: “Fai il botto finché sei giovine
e poi mettiti subito in conserva”. I suoi allievi, Oasis in primis,
seguono alla lettera la sua parola, ma forse sono troppo giovani o ancor meglio
troppo irrimediabilmente sciatti per emulare la flemma di padre Brown, il
suo stile nel mettere in pratica questo modus vivendi. Come ritardare il deperimento?
Infarcendosi di conservanti, coloranti, dolcificanti ed emulsionanti, of course,
ed è questo che Ian Brown ha fatto nell'arco della sua carriera solista
arrivando alla formula chimica più adatta in Solarized.
La ricetta consiste nel mettere assieme una specifica miscela di produttori
ed engineers affermati in determinati campi per trattare un impasto di base
disco-blues, di per sé piuttosto anonimo, condito con abbondanti dosi
di spezie orientali fornite dalla solida chitarra del fido Aziz Ibrahim (con
cui ha firmato peraltro i pezzi più interessanti del disco, l'iniziale Longsight
M13 e la title-track). Si aggiunga una spruzzatina di elettro-'80 portata
da sapienti manopole già al servizio di Pet Shop Boys, Level 42, Marc
Almond (Fitzmaurice al missaggio) inscindibile da un suono
rarefatto tipicamente brit di chi ha lavorato con Art Of Noise, Groove Armada,
Truby Trio e James Lavelle (Dan Bierton, Tim Hutton)
e si rivesta il tutto di un'edulcorata glassa super-pop degna di prodotti come
Kylie Minogue, Seal, Paul Oakenfold (Dave McCracken).
Il risultato è di buona fattura, ben confezionato, uniforme (anche troppo) con poche, minime e funzionali uscite dagli schemi, come gli ottoni latini di Time Is My Everything (scritta con Tim Hutton, già collaboratore di Villalobos) o le suggestive atmosfere pinkfloydiane di Keep What Ya Got (scritta e suonata assieme a Noel Gallagher). Inevitabile però domandarsi quanto del sapore finale derivi dagli additivi chimici e quanto sia realmente genuino, come quando si è alle prese con una buona marca di maionese. In fondo di quest'album rimane solo lo stile, o la ricostruzione di uno stile, e dici poco. Del nostro voto, troppo alto per alcuni, troppo basso per altri, fatene un po' quello che vi pare, è irrilevante, noi andiamo ad ascoltarci un'altra volta Destiny Or Circumstance.
(6,5/10)