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Gravenhurst - Flashlight Season (Warp, 2004)

di Stefano Solventi

Il NAM collassa, rincula, aleggia a vuoto e si dissolve, lasciando dietro di sé una scia vaporosa, punteggiata di barbagli sottili sebbene persistenti. Uno di questi sono i Gravenhurst, ovverosia il moniker dietro cui si nasconde il bristoliano Nick Talbot. Un primo album (Internal Travels, 2002) speso ad inseguire le tracce di Nick Drake, quelle più spoglie, impalpabilmente illuminate da chiarore di luna rosa, tracce sulla sabbia sommerse da una spuma di grazia, dissolte in quella nudità indolenzita senza precedenti né successori davvero credibili. Ovvio che quel tentativo finisse col risultare vano, velleitario, ovviabile.
Con la qui presente opera seconda capita a Talbot quello che è capitato a coloro che dalle macerie della fantomatica scena neoacustica si sono sollevati, spuntando dalla polvere in cerca di se stessi, e trovandosi – infine, semplicemente - in se stessi. In questo senso, il quid di Talbot appare appeso ad un filo di tradizione sul baratro della iper-modernità.
A sentire queste dieci tracce sembra infatti d’avvertire una carenza, quasi mancasse loro il gesto conclusivo, l’abito sintetico che ben si accorderebbe alla targa Warp. C’è come un gelo che le attraversa, che reclama mormorii raggelati, strutture portanti digitali.
Tanto per dire, a momenti sembrano una plausibile-impossibile versione dei Radiohead più eterei, colti nella linea d’ombra in cui si smorzano gl’impeti avanguardisti, le destrutturazioni impro, l’invasamento alienato e alienante. Si prenda The Diver, col suo folk-soul scheletrico, l’arpeggio puntuto, il canto estenuato in un languido falsetto, una luce obliqua di synth; oppure l’iniziale Tunnels, bordone d’organi su cui vagola la voce, le spazzole che smerigliano palpiti al sapor di jazz-ballad, l’apparizione di sax e chitarra (entrambi trattati elettronicamente) a fendere l’aria di luce.
Una “tensione verso” che scolpisce fisionomie non totalmente distinte ma in questo compiute, dal bozzetto atmosferico di East Of The City (incrocio di riverberi che si affacciano su scenari borderline al post-rock) al più classico dei valzer-folk, che s’intitoli Fog Round The Figurehead (sorta di riedizione criogenica dello stile Simon & Garfunkel in cui la dolcezza delle forme sembra sgretolarsi di continuo) oppure Hopechapel Hill (i landscapes allibiti dei Red House Painters redenti da una brezza elementare d'armonica).
Non mancano episodi in cui l’equilibrio tra carinerie e inquietudine si disunisce risolvendosi per un folk diafano e dolciastro, al cospetto del quale potremmo scomodare - oltre al già citato Drake - i Donovan e gli Stevens (The Ice Tree, Damage), in un modo che non dispiace ma che getta un’ombra di sussiegoso conformismo all’insieme. Poco male però, il menù sembra fatto apposta per stordire con questo sfuggente contrasto di sapori delicati e cadenti, quasi un velo ne coprisse l’allarme, che pure cova.
Niente di clamoroso in definitiva, ma dischi così rendono più dolce lo sprofondare nell’autunno che ci tocca ogni appassire d’estate.

(6,8/10)

01. Tunnels
02. Fog Round The Figurehead
03. I Turn My Face To The Forest Floor
04. Bluebeard
05. The Diver
06. East Of The City
07. Damage
08. Damage II
09. The Ice Tree
10. Hopechapel Hill
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