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The Finger - Sugar Plum Fairy (Snowdonia)

di Stefano Solventi

Franco Di Terlizi AKA The Finger arriva al disco d'esordio dopo un già considerevole numero di CD-R realizzati in felice (a giudicare dai risultati) autarchia, ponendo cioè mano di persona a chitarre (elettriche e acustiche), tastiere, basso, armonica, theremin, banjo e samples vari. Un tipo ostinato come tanti, però un ostinato di talento. Infatti Sugar Plum Fairy, per quanto - e giustamente - sorta di best of di quanto prodotto finora, cuce una trama palpitante di melodie ispirate, alterna lungo quattordici tracce dolore e stupore, inquietudine dolciastra e allegria indolenzita, riflesso di un'unica riconoscibilissima sensibilità.
Nella quale si accoccolano influenze piuttosto chiare e per nulla ingombranti, su tutte la psichedelia sgangherata dei Flaming Lips (periodo Hit To Death To The Future Head) e la fragilità devastata di Mark Linkous/Sparklehorse. Da entrambi mutua il gusto delle atmosfere perturbate, fischi di feedback, scariche elettrostatiche, cigolii elettronici, sottili raffiche noise ad offuscare/proteggere l'anima a nudo, proprio come fa il mondo col suo quotidiano assalto, col suo rumoreggiare che è presenza, minaccia e conforto assieme.
Mi piace questo suono che sfida la penuria dei mezzi facendone anzi punto di forza, proponendosi vivido, cangiante, strutturato lungo instabili profondità. Idem dicasi per la voce, che gioca con i propri limiti volgendoli in calligrafia, presenza dominante però in qualche modo appartata, "debole", schermata da una caligine onnipresente (inevitabile andare col pensiero ai Good Morning Boy, altra one man band promettentissima di cui si attende l’opera seconda a breve).
Quattordici tracce, dicevo, mediamente buone, con un paio di inevitabili passaggi interlocutori (quella Circles che sembra un Tom Petty allucinato e la sbrigliata faciloneria – comunque gradevole - di Old Dead Flowers) e qualche momento eccellente, come Song For P (angosce e frivolezze in un impasto asprigno, tra Sparklehorse e Byrds passando per nebbioline Clientele), The Alien And The Sea (psichedelia piana spremuta da un country rock intimista, trepido incontro tra steel guitar ed elettroniche) e There And Back Again (chitarrina essiccata, basso profondo, gli organi pennellano brume, il canto ha nel mirino tanto Jonathan Donahue che l'onnipresente Linkous).
Il capolavoro è però opportunamente posto al centro del disco: s'intitola Blue And Blue ed è una lenta cospirazione di organino, armonica e chitarra acustica, la voce che si sdoppia in due fragilità, una sensibilità soul-blues sulla steel guitar che aspira al Ry Cooder desertico o – se volete – al Ben Harper meno sboroncello degli esordi.
A movimentare la situazione pensano tanto il gorgoglio country rock di Alone In A Hole (il Neil Young di Comes A Time stemperato in una beffarda mestizia vagamente Howe Gelb) quanto la sbrigliatezza pop di Shine (tra Steve Wynn e i Pavement meno sghembi), mentre When It Rains si aggancia ai timpani giocando con un assolo di chitarra caldo e tagliente come in Fuzzy dei Grant Lee Buffalo.
A voi il gusto di scoprire il resto, non prima però di aver segnalato il traslucido sogno lennoniano di Flying Back In Time (la voce acquosa e i synth quasi krauti, fino ad una fulminea coda chitarre e tamburino) e la conclusiva Everyday Was Summer, ballata tersa un po' 4 Non Blondes e un po' - ancora - Grant Lee Buffalo, feedback eccentrici a scompigliare le coordinate, la defilata ebbrezza del canto a consumare l'ultimo omaggio a sua bizzarria Wayne Coyne.
Un bel disco insomma, addirittura terapeutico considerata l’imminenza del caravanserraglio sanremese. Godiamocelo come segnale di una insperata, fresca e assieme matura dimensione autoriale dell’italico folk-psych.

(7,2/10)

01 - You Can Sleep Now
02 - Alone In A Hole
03 - The Alien And The Sea
04 - Rollercoaster
05 - Song For P
06 - When It Rains
07 - Blue And Blue
08 - Shine
09 - Circles
10 - Flying Back In Time
11 - Old Dead Flowers
12 - There And Back Again
13 - Until The Rain Comes
14 - Everyday Was Summer
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