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Feist - Let It Die (Universal – 2004)

di Stefano Solventi

Della venticinquenne singer canadese Leslie Feist nulla sapevo finché non l’ho incontrata nel recente secondo album dei Kings Of Convenience, dove appare in un paio di circostanze. Guarda caso, sono anche i momenti più intensi del disco: è come se la sua voce contenesse una chimica che ben si sposa, facendola precipitare, con la latente fisicità del duo norvegese, consegnandola ad una tavolozza di languori a cui i due nerd tenerelli da soli non potrebbero ambire.
Cercando altre informazioni sul suo conto, ho scoperto che vanta collaborazioni con Broken Social Scene, Jane Birkin e - addirittura - con la strana coppia Gonzales-Peaches. Quest’ultima cosa, a dire il vero, mi ha sorpreso non poco, sembrandomi la sua cifra stilistico/estetica quanto di più lontano da quella dei due scellerati, ma il mondo è bello perché è vario, no?
Poi, soprattutto, sono venuto a conoscenza di questo Let It Die, opera seconda appena uscita prodotta giustappunto dal pazzo Gonzales, che già appariva nell’esordio Monarch (2001). La curiosità ha iniziato quindi a rosicchiare le caviglie dell’eccitazione, intanto che attendevo di procurarmelo non sapevo proprio con cosa avrei avuto a che fare: migliore premessa d’ascolto, ne converrete, non esiste.
Mi ritrovo così a sorseggiare undici tracce dalla sconcertante (e ingannevole) lievità, tentativi di sguardo autoriale su paesaggini esotici, prese di distanza da quella stessa modernità a cui però s'intrecciano inestricabilmente. Leslie canta come si cantano gli affetti impolverati, ora sembra una ragazzina che scoperchia il baule della nonna e un attimo dopo una donna matura alle prese con dolciastre nostalgie, ora una Cat Power malinconicamente saggia, ora una Norah Jones più navigata, e in un paio di circostanze una Sophie Ellis-Bextor più diafana.
Malgrado l’aspetto vagamente Patti Smith giovane, la sua è una sensualità differita, da eroina hitchcockiana, che assieme a quell'ironia levigata s’infrange amabilmente sulle increspature e gli ispessimenti della voce, in un gioco di seduzione che si destreggia tra i mezzi toni, le profondità sfocate, gli accenni e i silenzi. I silenzi, certo, parte integrante di arrangiamenti perlopiù sobri, quasi scheletrici, sui quali il canto di Feist striscia felpato, smussando gli angoli e ricamando volatili intrugli.
Vedi quello che accade nella title track, soul ballad che mette a nudo un vibrafono, la batteria, una tromba sparsa e – ovviamente - la voce, oppure nel mambo-jazz sparagnino di Leisure Suite, tra pizzichi di corde e tic toc di legnetti, e ancor più nell'iniziale indolenza bossa di Gatekeeper, chitarra grattugiata e goccioline di vibrafono.
Non stupisca quindi la disinvoltura con cui Leslie acquista movenze “arcaiche” (vale tanto per il traditional gospel When I Was A Young Girl - percussioni pellerossa, corde strinite e vapori di piano elettrico - quanto per il folk-blues di Lonely Lonely – scritta da Tony Scherr, bassista di Norah Jones, guarda un po’ - che gioca ad implodere una tela rarefatta di vibrafono e corde in un rigurgito Tim Buckley), né come sappia cavare tenere inquietudini Everything But The Girl quando persegue soluzioni più “moderniste” (il soul increspato fusion di One Evening, la funky-dance Inside And Out, bella cover dei Bee Gees).
Ma la ragazza ha altre frecce in faretra, prima fra tutte il gusto per la leggerezza: ne sono testimonianza la rumba-gospel di Mushaboom, screziata di vocalizzi ammiccanti e pout pourri di tamburini e vibrafono, e il modo in cui seppellisce la mestizia sotto il jazzettino da cabaret di Tout Doucement (a firma Blossom Dearie), o quando compie impudente rilettura dance hall di Secret Heart, brano di Ron Sexsmith dal secondo omonimo album.
Now At Last chiude il programma nel segno della più classica ballata jazz (una sorta di Judy Garland meets Nina Simone), sipario su un album che sceglie di non essere attraente ma non per questo antigrazioso, che rifugge l’adesività dei trend (non è prewar-folk pur beccheggiandone i contorni, non è downtempo né chill out né lounge pur dimostrando familiarità con ognuno) e si scava altresì una nicchia da esplorare con calma, scordando l’orologio nel cassetto, in attesa del giusto spiraglio di luce.
Una partita che, a gioco lungo, potrebbe vincere.

(6,8/10)

01. Gatekeeper
02. Mushaboom
03. Let it die
04. One evening
05. Leisure suite
06. Lonely lonely
07. When I was a young girl
08. Secret heart
09. Inside and out
10. Tout doucement
11. Now at last
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