
Della venticinquenne singer canadese Leslie Feist nulla sapevo finché non
lho incontrata nel recente secondo album dei Kings Of Convenience,
dove appare in un paio di circostanze. Guarda caso, sono anche i momenti più intensi
del disco: è come se la sua voce contenesse una chimica che ben si
sposa, facendola precipitare, con la latente fisicità del duo norvegese,
consegnandola ad una tavolozza di languori a cui i due nerd tenerelli da soli
non potrebbero ambire.
Cercando altre informazioni sul suo conto, ho scoperto che vanta collaborazioni
con Broken Social Scene, Jane Birkin e - addirittura - con la
strana coppia Gonzales-Peaches. Questultima cosa, a dire
il vero, mi ha sorpreso non poco, sembrandomi la sua cifra stilistico/estetica
quanto di più lontano da quella dei due scellerati, ma il mondo è bello
perché è vario, no?
Poi, soprattutto, sono venuto a conoscenza di questo Let It Die,
opera seconda appena uscita prodotta giustappunto dal pazzo Gonzales, che già appariva
nellesordio Monarch (2001). La curiosità ha iniziato
quindi a rosicchiare le caviglie delleccitazione, intanto che attendevo
di procurarmelo non sapevo proprio con cosa avrei avuto a che fare: migliore
premessa dascolto, ne converrete, non esiste.
Mi ritrovo così a sorseggiare undici tracce dalla sconcertante (e ingannevole)
lievità, tentativi di sguardo autoriale su paesaggini esotici, prese
di distanza da quella stessa modernità a cui però s'intrecciano
inestricabilmente. Leslie canta come si cantano gli affetti impolverati, ora
sembra una ragazzina che scoperchia il baule della nonna e un attimo dopo una
donna matura alle prese con dolciastre nostalgie, ora una Cat Power malinconicamente
saggia, ora una Norah Jones più navigata, e in un paio di circostanze
una Sophie Ellis-Bextor più diafana.
Malgrado laspetto vagamente Patti Smith giovane, la sua è una
sensualità differita, da eroina hitchcockiana, che assieme a quell'ironia
levigata sinfrange amabilmente sulle increspature e gli ispessimenti
della voce, in un gioco di seduzione che si destreggia tra i mezzi toni, le
profondità sfocate, gli accenni e i silenzi. I silenzi, certo, parte
integrante di arrangiamenti perlopiù sobri, quasi scheletrici, sui quali
il canto di Feist striscia felpato, smussando gli angoli e ricamando volatili
intrugli.
Vedi quello che accade nella title track, soul ballad che mette a nudo un vibrafono,
la batteria, una tromba sparsa e ovviamente - la voce, oppure nel mambo-jazz
sparagnino di Leisure Suite, tra pizzichi di corde e tic toc di legnetti,
e ancor più nell'iniziale indolenza bossa di Gatekeeper, chitarra
grattugiata e goccioline di vibrafono.
Non stupisca quindi la disinvoltura con cui Leslie acquista movenze arcaiche (vale
tanto per il traditional gospel When I Was A Young Girl - percussioni
pellerossa, corde strinite e vapori di piano elettrico - quanto per il folk-blues
di Lonely Lonely scritta da Tony Scherr, bassista di Norah
Jones, guarda un po - che gioca ad implodere una tela rarefatta di vibrafono
e corde in un rigurgito Tim Buckley), né come sappia cavare tenere
inquietudini Everything But The Girl quando persegue soluzioni più moderniste (il
soul increspato fusion di One Evening, la funky-dance Inside And
Out, bella cover dei Bee Gees).
Ma la ragazza ha altre frecce in faretra, prima fra tutte il gusto per la leggerezza:
ne sono testimonianza la rumba-gospel di Mushaboom, screziata di vocalizzi
ammiccanti e pout pourri di tamburini e vibrafono, e il modo in cui seppellisce
la mestizia sotto il jazzettino da cabaret di Tout Doucement (a firma Blossom
Dearie), o quando compie impudente rilettura dance hall di Secret Heart,
brano di Ron Sexsmith dal secondo omonimo album.
Now At Last chiude il programma nel segno della più classica
ballata jazz (una sorta di Judy Garland meets Nina Simone),
sipario su un album che sceglie di non essere attraente ma non per questo
antigrazioso, che rifugge ladesività dei trend (non è prewar-folk
pur beccheggiandone i contorni, non è downtempo né chill
out né lounge pur dimostrando familiarità con ognuno) e si
scava altresì una nicchia da esplorare con calma, scordando lorologio
nel cassetto, in attesa del giusto spiraglio di luce.
Una partita che, a gioco lungo, potrebbe vincere.
(6,8/10)