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Donovan - Beat Cafe (Appleseed, 2004)

di Ivano Rebustini

Nella mia Nazionale Folk, Freak & Psych di tutti i tempi, un Donovan in forma lo farei sempre giocare, a costo di relegare in panchina giovani promesse appena arrivate dalle nazionali minori, tipo Devendra Banhart o Patrick Wolf. E dal momento che Mazzola e Rivera a Mexico '70 li avrei messi in coppia di default, gli affiancherei tranquillamente Nick Drake, anche se il gioco a centrocampo potrebbe uscirne un po' involuto.

Di conseguenza, mi ha fatto molto piacere che negli ultimi tempi Mr. Leitch sia tornato a fare vita da atleta, dopo anni e anni trascorsi allenandosi poco e male, buttando via tutto quello che aveva costruito di buono, quando non di ottimo, nel corso di una lunga e onorata carriera. Pensate, non ho più neanche bisogno di ricordargli la bruciante esclusione dalle convocazioni: era il 1982, e questo qui non ti incide insieme alla figlia Astrella di 10 anni (una fissa, quella della musica con e per i bambini, che comunque non l'avrebbe più abbandonato) la sigla di chiusura del Festival di Sanremo, Ci siamo anche noi? Come se Donovan in concert, uno dei più bei live mai pubblicati, non fosse farina del suo sacco, ma del sacco di un gemello più coerente e talentuoso. Senza contare che il Festival quell'anno lo apriva Pippo Franco gracchiando Che fico: ho detto tutto.

Dal momento che stare in tribuna o davanti al televisore a guardare gli altri che inseguono il pallone non piace a nessuno, Donovan - una volta scemata la rabbia per l'accantonamento - si è rimesso in carreggiata, e nel '96 è arrivato Sutras, che non sarà A Gift From A Flower To A Garden e neanche Hurdy Gurdy Man, però proprio scarso non è (e così, sia pure partendo dalla panca, qualche spezzone di partita è riuscito a giocarla). Altra pausona, interrotta nel 2002 da un album per l'infanzia made in Rhino (solo quei matti...), Pied Piper, finchè Filippo ha deciso che era giunto il momento di darsi una - si spera - definitiva regolata. Ed è arrivato questo Beat Cafe.

Intendiamoci, Donovan va per i sessanta e la sua vita non è stata delle più facili, quindi non si può pretendere troppo. Ma almeno sembra aver ritrovato la voglia e anche un briciolo di ispirazione, pur se le cadute sono sempre in agguato. Come dimostra la bella idea di accompagnare la suocera ottantenne, Violetta, in una sciaguratissima cover della presleiana I Can't Help Falling In Love, che ha pure il coraggio di vendere a 7 dollari nel proprio store (http://www.donovan.ie/store-frame.htm) insieme a un altro disco non memorabile, I'm An American (questo addirittura 10, di dollari) di Julian Jones, il figlio di Brian Jones e Linda, attuale moglie del signor Leitch (ma, a onor del vero, con la modica somma di dollari 45 si può portare a casa la versione limitata e numerata di Sixty Four, un album che contiene le prime, ex inedite registrazioni di Donovan).

Quanto a Beat Cafe, non aspettatevi strani intrugli, ma neanche banali melodie. Donovan torna sul luogo di un delitto quasi perfetto (dice qualcosa a qualcuno Barabajagal, con il Jeff Beck Group?), ricorda a chi se lo fosse eventualmente scordato che il jazz non è estraneo alle sue corde, e nessuno si azzardi a rinfacciargli trovatine bizzarre come la rock band Open Road, che dopotutto anche un certo Bowie ha nel suo armadio i Tin Machine. Chiuso in studio con una sezione ritmica coi controcosi - Danny Thompson, membro fondatore dei Pentangle, al basso, e il prezzemolo di lusso Jim Keltner alla batteria -, Mr. Leitch si è (ri)scoperto chitarrista (niente male, oltretutto) in prima persona, a sentir lui dopo che Jimmy Page - sua la chitarra da Grammy in Hurdy Gurdy Man, praticamente i Led Zeppelin più Donovan - si sarebbe rifiutato di prendere parte alle session accampando le scuse più disparate, mal di schiena compreso. Il risultato è un sound jazzuoso e sophisticated country, non solo per la ripresa del tradizionale The Cuckoo, con qualche puntatina ai giorni nostri, vedi Love Floats, per cui qualcuno ha parlato addirittura di trip-hop, l'autoironia di Poorman's Sunshine (ai bei tempi era Sunshine Superman...) e una canzonetta-mastice come Yin My Yang. Insomma, Donovan is back, una buona notizia non solo per la mia Nazionale Folk, Freak & Psych (che ha comunque ritrovato il suo fantasista).

(6.5/10)

01. Love Floats
02. Poorman's Sunshine
03. Beat Cafe
04. Yin My Yang
05. Whirlwind
06. Two Lovers
07. The Question
08. Lord of the Universe
09. Lover O Lover
10. The Cuckoo
11. Do Not Go Gentle
12. Shambala