
Dei quattro album precedenti a firma Destroyer conosco soltanto il precedente This
Night (2002), questo tanto per chiarire il retroterra su cui si è mosso
il mio ascoltare. Rispetto a quello, l'ispirazione di Daniel Bejar - canadese,
già membro dei New Pornographers - non appare affatto affievolita,
anzi. Muta leggermente obiettivo, insegue un po' di meno la visionarietà atmosferica
dell'insieme a vantaggio di una maggiore compiutezza del singolo pezzo,
e in questo senso ognuno dei dodici episodi si ritaglia uno spazio prezioso,
giardino di delizie con un'insidia per ogni grazia, una spina per ogni
petalo.
E' questo il segreto di Bejar, carpito del resto a tutta una "tradizione" pop-rock
inquietante e glamourosa che si è definita nel tempo grazie al lavoro
di geniacci obliqui come Brian Wilson, Scott Walker e Alex
Chilton, mutando più volte indole e aspetto a ridosso della wave
(Lou Reed, Roxy Music, Japan...), prendendo direzioni
ondivaghe in bilico tra prog e soul (Tod Rundgren, Supertramp...),
spiovendo sul presente in sella a destrieri dalla fibra felicemente instabile
(Flaming Lips, Mercury Rev, Divine Comedy, The Shins...).
Canzoni la cui sostanza è luccichio e ombra, volti sfavillanti e cappe
di buio, insomma un bel giro turistico nellallegro teatro della tragedia
umana: si ascolti il cabaret marziale del piano nellandirivieni darpa
e archi e legni e chitarre di From Oakland to Warsaw, o la marcia fatale
nella bruma di synth e zampilli d'arpa di The Fox And The Hound, o il
crescendo d'intenti fino a farsi cavalcata tra svolazzi d'archi e luminarie
di (falsi) fiati della splendida An Actors Revenge.
L'abito non fa il monaco, ma in casi come questo può fare la differenza:
vedi come la non certo eccelsa intuizione melodica della title track sappia
sbocciare in un suggestivo bozzetto di glockenspiel, synth e tromba, impalpabile
pastello avant come uno sguardo subacqueo Robert Wyatt, o come Certain
Things You Ought to Know sappia giocare con la propria leggerezza folk
immergendola in una sospensione madreperlacea (l'eco della voce, l'iridescenza
delle tastiere, la compita asciuttezza della chitarra) che la fa piegare indistintamente
verso latitudini bossa o jazz: è ciò che segna la distanza tra
i Destroyer e la mediocrità irrimediabile di band tipo gli I Am Kloot,
cui pure, a ben vedere, sono melodicamente affini.
Il dolce e l'amaro dunque, la dolciastra cospirazione di un virus amarognolo,
nascosto nel cavallo di Troia di suadenti folk-soul (It's Gonna Take An
Airplane) o nel vivido manifestarsi di indefinibili azzardi (la teatralità glam
con tentazioni electro dell'iniziale Notorious Lightning, il sincretismo
kosher/RnB/synth-pop di New Ways Of Living, dal curioso retrogusto Robyn
Hitchcock), ti contagia e ne capisci subito la forza, la capacità di
annidarsi nel campionario delle percezioni d'ogni giorno.
E' un disco insomma di cui è facile innamorarsi, tanto da farci affrontare
la sua complessità con un entusiasmo che la rende immediata. Certo,
non un amore grande quanto quello di Dan Bejar per il proprio progetto, cosa
che alla lunga lascia affiorare chiari segni di compiacimento, di scenografie
debordanti sulla sostanza: è una caligine stagnante che storce il respiro,
falsa i sapori in gola, spingendo al respiro corto, ai passaggi veloci e non
troppo frequenti. Rientra nei tipici effetti collaterali del genere, per cui
tutto a posto. Ma in virtù di ciò Your Blues finisce per essere
solo un buon disco, e poteva sfiorare il capolavoro.
(7,0/10)