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Denise James – It's Not Enough To Love (Rainbow Quatrz / Goodfellas, 2004)

di Stefano Solventi

Arriva come uno sbuffo di vapore, una nuvola inconsistente e misteriosa, vaga e impalpabile. Si chiama Denise James, da Detroit, non solo terra di agri rigurgiti blues-rock a quanto sembra.

Le note biografiche ci segnalano una gavetta operosa attraverso band più o meno (o per nulla) note come Volebeats, Teach Me Tiger, Dirt Eaters e Jills. Licenziato un primo omonimo lavoro nel 2001 sotto l'egida di Alan McGee e della sua Poptones, Denise ci riprova oggi spalleggiata dal producer Matthew Smith (degli Outrageous Cherry) e dal tecnico del suono Jim Diamond (già al lavoro per White Stripes).

Ne risulta una curiosa commistione di umori french-pop e jingle-jangle Byrds (flagrante in Love Has Got Me Crying Again), folk acidulo sul punto di debordare slow-core (come in Sweet, processione tenue sotto una calda luce d'organo e teneri fervori di chitarra, tra gli Yo La Tengo più diafani e certi estenuanti tremori Slowdive), apnee polverose Clientele e languide decadenze Velvet Underground (vi basti Don't Let Her Go This Time).

Pop perlopiù chitarristico, pervaso da oblique sottigliezze che portano in dono un po' di mestizia per ogni canzone, sia pure travestita da gaia ballerina (il Byrds-style eclatante di No More Goodbyes, l'iniziale Hold On this time – con inattese devianze Beach Boys/Kinks) o distillata da una saltellante irriverenza country-rock (in Come Home To Me, nel lungo strumentale Just Like That), per non dire di quando in Absolutely Sad tiene fede ai propositi del titolo sulle tracce di un acidulo gorgoglio di chitarra.

Casomai a questo punto vi fosse venuta la curiosità, devo deludervi: non c'è nella voce di Denise (ligia al proprio effondersi su un falsopiano di velluto grigio) il misterioso ingrediente che crea dipendenza. In realtà non riesce mai a sollevarsi da una condizione di dignitosissima accessorietà, ciò che vale anche per la scrittura (essendo la James autrice di tutti i pezzi).

Rimane tuttavia il fascino strisciante dell'intuizione “ambientale”, quel suono che prova a farsi tempo e luogo e condizione dell'anima, quel cedere alla diffusa sensazione di perdita più o meno irrimediabile (emblematica in questo la quasi smithiana title-track, ma anche l'ingenua confessione di Your Every World – con la tromba, i coretti e tutto – avrebbe buone capacità di stordirci, non fosse per la melodia che rammenta un po’ troppo la pessima I Just Call To Say I Love You del peggior Stevie Wonder).

Una prova controversa ma gradevole, appena troppo prevedibile eppure a tratti ipnotica. Non scordiamocene del tutto: il prossimo lavoro potrebbe svelarci l'arcano.

(6,4/10)

01. Hold on this time
02. Come home to me
03. Love has got me crying again
04. Absolutely sad
05. Sweet
06. It’s not enough to love?
07. No more goodbyes
08. Don’t let her go this time
09. Just like that
10. Your every word