
Ritorna sul mercato discografico il chitarrista e compositore David Grubbs
- negli ’80 già con i seminali Bastro e Squirrel Bait -, marcando
nuovamente il passo di quella personale ricerca espressiva iniziata con Camufleur.
Proprio quell'album, che portò alla separazione dal poliedrico musicista
Jim O'Rourke e allo scioglimento del progetto Gastr
Del Sol, costituisce la
pietra d'angolo per comprendere la via solista folk post-faheyiana del chitarrista/cantautore
newyorchese che, a partire dal caso discografico che fu The Thicket (1998),
si è progressivamente spostato nelle prove cantate verso una forma
canzone folk-rock, senza dimenticare la sperimentazione in quelle strumentali.
Dal 1997 a oggi, Grubbs ha sfornato una decina di album; tuttavia, A Guess At The Riddle è soltanto il terzo anello sul versante più accessibile della sua musica; rispetto ai lavori precedenti in questo senso (The Spectrum Between, Rickets and Scurvy) non ci sono particolari novità, se non un approccio moderatamente più rock. I riff alla chitarra (arricchiti da quelli che sono oramai i tipici inserti fingerpicking del Nostro), le ballate pianistiche, gli interludi parlati più che cantati, i droni distorti ficcati a sorpresa, costituiscono anche questa volta l'oculato menù caratterizzato dalla consueta sensibilità, fragilità e timidezza del cantautore, che a tratti mostra una proverbiale insicurezza vocale, mentre in altri momenti riesce ancora in un piccolo miracolo comunicativo di sé, fornendoci un autoritratto tra malinconia e curiosità, spleen e umana voglia di semplicit à.
La bella Knight Errant in apertura, insieme all’altrettanto spigliata A Cold Apple (tra ritornelli ariosi e strategici fingerpickin'), presentano un Grubbs ispirato, abile nel riassumere le influenze e gli stili appresi nel corso della carriera in semplici arpeggi indie-rock anni ’90 e svirgolate folky, intervallati a sparsi ricami all’elettrica e a pianismi confidenziali. Ogni tanto l’intimismo e il bozzettismo madrigalesco prendono il sopravvento, ora nelle forme d’un cameo (Magnificence As Such), ora in sospensioni jazzate imparentabili con Shannon Wright, ora con la somma Joni Mitchell (Hurricane Season). Decisamente, ogni pezzo in scaletta mostra un carattere sempre retrivo, un po’ timido, eppure sottilmente positivo. A conti fatti, Randy Newman potrebbe aver detto la sua nella formazione del nostro musicista (quando non Mark Kozelek in Wave Generators).
Tutta la seconda metà del programma non fa altro che confermare stereotipi e modelli cantautorali, narrativi e sperimentali: The Nophyte, ad esempio, rappresenta un perfetto punto d’incontro fra il prog-folk faheyiano di The Ticket e la vena "cantabile" esibita dal Grubbs odierno, mentre You'll Never Tame Me e Your Neck In The Woods esprimono voglie pianistiche intime e debussyane mai sopite. Ancora una volta, David Grubbs conduce in porto il suo ennesimo album.
(6.5/10)