
Può un gruppo di inossidabile e sempiterna fama prendere una manciata
di brani, affidarli a uno dei più quotati produttori della scena nu-metal
(Ross Robinson, tra gli altri con Slipknot e Korn)
e pubblicarli come disco omonimo, pretendendo di immortalare definitivamente
la propria quintessenza? Secondo Robert Smith, sì.
Di fronte a un album come The Cure, viene spontaneo
chiedersi cosa passi in testa al pingue leader del leggendario gruppo inglese,
da ormai ventisei anni simbolo ed icona immutabile del cosiddetto dark-gothic
che in questi ultimi anni è sopravvissuto, almeno formalmente, anche
grazie alla sua band.
E’ infatti almeno dai tempi di Disintegration (1989)
che il quarantacinquenne musicista inglese prolunga indisturbato il suo sogno
ovattato, immerso tra melodie malinconiche, testi struggenti, atmosfere decadenti
figlie di un romanticismo un po’ naif; in tutto ciò, seppur a
sprazzi, non è certo mancata la classe e il mestiere: lo stesso Disintegration, Wish (in
gran parte), gli ottimi documenti dal vivo Show e Paris sono
degli episodi felici, una versione più matura e rock di quel discorso
musicale intrapreso alla fine dei ’70, che nel mescolare abilmente la
wave più oscura al pop più giocoso, aveva conquistato (ieri come
oggi) milioni di estimatori in tutto il mondo.
Fin qui, non ci sarebbe niente di male: tanti “dinosauri” continuano
a vivere del loro mito, alimentandolo a beneficio delle generazioni più recenti
e riuscendo magari, fra un’autocelebrazione e l’altra, ad aggiungere
qualche nuova perla al ricco e glorioso repertorio; il problema è che
Smith continua a far finta di nulla. Pur essendo perfettamente consapevole
dello status leggendario della sua band (di cui, fatta eccezione per il mitico
Simon Gallup, è rimasto l’unico reale superstite) persevera nell’ignorare
il passato. Sorvolando sui ripetuti annunci di uno scioglimento imminente (puntualmente
smentiti da un qualche greatest hits o tour), ecco ogni quattro anni la promessa
di realizzare addirittura il “disco più dark” dei Cure.
E quindi ci tocca vederlo, truccato di tutto punto, struggersi ancora una volta
dei peggiori tormenti, come se Pornography non l’avesse
mai scritto, come se non avesse mai veramente “combattuto la malattia
e trovato la cura”.
Per di più, stavolta non c’è neanche del buon materiale
cui fare affidamento: a differenza del penultimo Bloodflowers (2000),
in cui a tratti tornava a brillare la fiamma dell’ispirazione (anche
se il paragone di questo disco con Pornography e Disintegration,
proposto anche dal vivo, sembra blasfemo), questo nuovo album purtroppo è semplicemente
imbarazzante. Se la scelta di affidarsi a un produttore di tendenza nell’ambiente
nu-metal appare già discutibile sulla carta (dopo le recenti scorribande
di Smith un casa Blink 182 non ci sarebbe da stupirsi, a dire
il vero), l’ascolto non può che confermare i peggiori timori:
la prevalente durezza dei timbri finisce per sommergere quelli che sono sempre
stati i tratti distintivi del suono Cure, ovvero basso pulsante (intramontabile
contributo di Simon Gallup), tastiere aeree e chitarre passate al flanger;
lungi dal portare una ventata d’aria fresca, questo rinnovamento sonoro
finisce per affossare il disco, considerando anche che ormai da dieci anni
(dopo la dipartita degli storici e fondamentali Porl Thompson e Boris Williams)
la band radunata intorno a Smith ha fortemente perso in personalità,
per suonare un dark rock da arena stereotipato e scialbo, che vorrebbe tanto
somigliare ai Cure.
Nondimeno, qua e là è possibile intravedere qualche sprazzo di
ispirazione (su tutte l’iniziale Lost, dissonante e industriale
alla Nine Inch Nails) che, meglio indirizzata, avrebbe portato
ad esiti certo più felici; un’irreversibile autoindulgenza nell’insistere
nei soliti temi di insoddisfazione adolescenziale ("I can’t
find myself, i got lost in someone else"), insieme a un perseverare
in stilemi musicali triti e ritriti che avevano contraddistinto i momenti più infelici
della produzione recente (il singolo The end of the world e Before
three, non lontani da Wild Mood Swings del 1996
e i singoli editi negli ultimi anni), non giovano certo a una situazione già compromessa
in partenza. Sorprende di certo trovare sonorità Smashing Pumpkins in Never,
e il finale quasi dark metal di The Promise è una batosta non
indifferente; non si capisce se Smith con questo disco voglia idealmente unire
la sua generazione a quella dei più giovani Muse e Limp
Bizkit, o se più semplicemente, affacciatosi dalla sua finestrella,
la nebbia dark che lo avvolge gli abbia confuso qualche idea di troppo.
E’ chiaro che un gruppo come i Cure, con la storia che si ritrova alle
spalle, non abbia nulla da dimostrare; del resto il consenso intorno a loro
resta meritatamente immutato, e dal vivo continuano ad essere uno dei live
act più intensi e coinvolgenti in circolazione; proprio in virtù di
ciò, non si riesce a comprendere questo The Cure,
frutto improduttivo di un eterno Peter Pan che non vuole guardarsi intorno.
(4.5/10)