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Charles Atlas - To The Dust: From Man You Came To Man You Shall Return (Ochre / Wide, 2004)

di Riccardo “Mimmi” Maselli

Un basso denso e reiterato apre il varco: muove passi cauti il piano, ha un incedere vago, notturno e sussurrato… la prima sosta, per fiatare, libera rintocchi di campanelli, comincia a pulsare il cuore ritmico e il cammino si fa più celere mentre eco di archi e di organo avvolgono lo sguardo.
Così si dipana l’ultima fatica – nella sua accezione “mitologica” – di Charles Atlas, trio domiciliato a San Francisco, giunto a questo quinto album che si presenta opera di lunghezza omerica, rarefatta e crepuscolare.
Dopo il citato preludio (Neither Nor) l’orizzonte si fa più desertico (ma sempre sfocato), gli accenni di fisarmonica di Demus tendono la mano a cliché di stampo “calexico(re)” .
Si fa preferire allora la liquidità di Corona Norco: breve, sospeso limbo glaciale che rende omaggio a Mùm e compagnie artiche assortite. Appena dopo compare l’unico episodio vocale del disco, Edith: ancora organo e basso suonati in punta di piedi accolgono le liriche di Odessa Chen, la melodia ha un incedere monocorde, statico; ricorda Cat Power, ma nei suoi momenti più prolissi, meno emozionanti.

Le chitarre riprendono a dialogare col pianoforte ma il discorso aperto da Signal Flags si fa verboso, stucchevole, così è meglio concedersi alle aperture più vibranti di Photosphere o, ancor meglio, alle effusioni retro’-acustiche di Chapultepac, che ad una partitura da Moon Safari accompagna un batter d’ali -seppur breve- di stereolabiana memoria.
Sull’onda dell’entusiasmo ci muoviamo verso Seven Digit Clock, dove gli intrecci di chitarre si fanno più instabili mentre sullo sfondo qualche disturbo radiofonico solletica l’orecchio sulla falsariga di punk rock, mitico incipit di Come On Die Young (Mogwai), dove compariva un sample vocale di sua maestà Iggy Pop.
L’omaggio al nostro Primo Levi non è altro che un lento e vacuo solitario pianistico, mentre l’interminabile suite Dipole Moment ostenta velleità psichedelico-ambientali rese vane da una forma ripetitiva priva di slanci emotivi.

Questo, dunque, il difetto di un album troppo monocromatico, che si compiace di staticità e prolissità, relegando le intuizioni migliori (che non mancano) in spazi soffocati, e rimandando costantemente agli episodi più significativi delle discografie di Labradford e Rachel’s, o delle produzioni della Constellation (A Silver Mt.Zion, su tutti).

(6.5/ 10)

01. Neither/Nor
02. Demus
03. Corona Norco
04. Edith
05. Signal Flags
06. Photosphere
07. Chapultepec
08. Seven Digit Clock
09. Primo Levi
10. Dipole Moment