
Un basso denso e reiterato apre il varco: muove passi cauti il piano, ha
un incedere vago, notturno e sussurrato… la prima sosta, per fiatare,
libera rintocchi di campanelli, comincia a pulsare il cuore ritmico e il
cammino si fa più celere mentre eco di archi e di organo avvolgono
lo sguardo.
Così si dipana l’ultima fatica – nella sua accezione “mitologica” – di Charles
Atlas, trio domiciliato a San Francisco, giunto a questo quinto album
che si presenta opera di lunghezza omerica, rarefatta e crepuscolare.
Dopo il citato preludio (Neither Nor) l’orizzonte si fa più desertico
(ma sempre sfocato), gli accenni di fisarmonica di Demus tendono
la mano a cliché di stampo “calexico(re)” .
Si fa preferire allora la liquidità di Corona Norco: breve,
sospeso limbo glaciale che rende omaggio a Mùm e compagnie
artiche assortite. Appena dopo compare l’unico episodio vocale del disco, Edith:
ancora organo e basso suonati in punta di piedi accolgono le liriche di Odessa
Chen, la melodia ha un incedere monocorde, statico; ricorda Cat
Power,
ma nei suoi momenti più prolissi, meno emozionanti.
Le chitarre riprendono a dialogare col pianoforte ma il discorso aperto da Signal
Flags si fa verboso, stucchevole, così è meglio concedersi
alle aperture più vibranti di Photosphere o, ancor meglio,
alle effusioni retro’-acustiche di Chapultepac, che ad una
partitura da Moon Safari accompagna un batter
d’ali -seppur breve- di stereolabiana memoria.
Sull’onda dell’entusiasmo ci muoviamo verso Seven Digit Clock,
dove gli intrecci di chitarre si fanno più instabili mentre sullo sfondo
qualche disturbo radiofonico solletica l’orecchio sulla falsariga di punk
rock, mitico incipit di Come On Die Young (Mogwai),
dove compariva un sample vocale di sua maestà Iggy Pop.
L’omaggio al nostro Primo Levi non è altro che un lento e vacuo
solitario pianistico, mentre l’interminabile suite Dipole Moment ostenta
velleità psichedelico-ambientali rese vane da una forma ripetitiva priva
di slanci emotivi.
Questo, dunque, il difetto di un album troppo monocromatico, che si compiace di staticità e prolissità, relegando le intuizioni migliori (che non mancano) in spazi soffocati, e rimandando costantemente agli episodi più significativi delle discografie di Labradford e Rachel’s, o delle produzioni della Constellation (A Silver Mt.Zion, su tutti).
(6.5/ 10)