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Charalambides - Joy Shapes (Kranky; 2004)

di Massimo Padalino

Le forme della gioia, del piacere, del godimento estatico, assumono con i Charalambides i tratti, davvero inimitabili, d’un capolavoro. Joy Shapes, nuova fatica dei texani, è infatti, dopo lavori stupendi dal titolo Union (’94) e Market Square (’95), una nuova pietra miliare nel rock minimale e trancedelico.

Stavolta a svettare, encomiabile su tutto, è la voce di Christina Carter, sospeso e vaporoso embolo poetico aspirato su dalle vene esangui dei vari Popol Vuh, Patty Waters, Yoko Ono, forse persino Diamanda Galas. Difinitivamente archiviati gli esperimenti d’incrocio fra radici folk e matrici d’elettronica colta, gli ex Mike Gunn - quanta strada da quello pseudo stoner rock desertico ha compiuto l’iter artistico di Tom Carter (che di Christina è marito) - decidono di fare sul serio piazzando il colpo vincente.

5 pezzi contiene “Joy Shapes”, 5 nuovi modi di esprimere free-form, vocalismo avant, droni chitarristico-ambientali (dal feeling dilatato e mantrico-desertico) e psichedelia invischiata al minimalismo del primo Terry Riley. In tal senso, l’apertura ariosa e claustrofobica ad un mentre cui si affida il disco con Here Not Here, insegna molto (che forse già sapevamo) sulle tecniche sonore di questo terzetto: sformando le maglie strumentali, chitarristiche, del raga rock dei vecchi sixties, costringendole a girare faticosamente ma inesorabilmente sui loro stessi tornanti da psichedelia vetusta, si può ricavare un nuovo "senso" del guitar droning: non troppo lasco né rinserrato, armonicamente capiente, capace di accogliere al seno anche il senso di cupa bellezza che qui si cela nella melodia ripetuta, lineare ed estatica.

Ed è già un primo masterpiece dei nostri. Altrove invece, la successiva Stroke, l’ambientazione da fiaba trasognata e gotica, tutta tenuta nel suo spleen catartico dall’arpeggiare della chitarra acustica, rifrange forme di coesione strumentali davvero notevoli, tenuto soprattutto conto dei mille rivoli armonici e sottilmente cacofonici in cui si perde l’astruso, astratto, jingle dell’elettrica di Tom.

La voce di Christina non è qui presente, e i rimanenti due terzi della band riescono nell’impresa di non farne rimpiangere le capacità ammaliatrici. Il resto del disco, da Natural Light sino alla conclusiva traccia eponima, vede Christina attorcigliare trecce blues vocali, sottili, sante, purissime, a torcioni strumentali pregni di labilissimi, sfavillanti, tintinnii e strimpellii chitarristici, elettrici e acustici, dei comprimari Tom e Heather Leigh Murray.

Un po’ come se i Pelt accompagnassero i lied free-form di Patty Waters, mentre in una stanza buia la puntina si abbassa sui solchi d’un antico disco dei Popol Vuh (Hosianna Mantra?), illuminando, figuratamente, d’immenso lo spazio acustico circostante (e quello interiore). Circuendolo, affascinandoci… Estasi (da non leggersi, stavolta almeno, come è stasi).


(7.5/10)

01. Here Not Here
02. Stroke
03. Joy Shapes
04. Natural Night
05. Voice for You
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