
C’era una volta un musicista nativo di Philadelphia, un capacissimo
polistrumentista, che un paio di anni fa decise di fare musica. In due anni
registrò una dozzina di pezzi e, fortunatamente per lui, riuscì a
sottoporli a un bravo ingegnere del suono che frequentava il suo stesso college
in Ohio. Per tutto l’anno successivo, i due lavorarono sodo, soprattutto
nelle loro stanze e diedero vita a dieci splendidi brani. Nonostante il consenso
del pubblico che ebbe la possibilità di ascoltarli e il duro lavoro
di promozione, Fragments non destò interesse in nessuna label. Forse
per il suo sound difficilmente inquadrabile, l’album riuscì a
vedere la luce solo quando il musicista prese la decisione di fondare una
sua etichetta e liberare la sua musica.
Il personaggio di questa storia - una storia di tutti i giorni per molti
musicisti, oggi più di ieri - è Jonathan Pfeiffer, con la sua
one-man-band Capillary Action e l’etichetta è la Pangaea
Recordings,
nata nel 2004. Si sia trattato di audacia imprenditoriale o semplicemente
di amore e convinzione per la propria musica, poco importa. L’importante è che
questo disco finalmente, dopo due anni di vita nel limbo dell’auto-distribuzione
tra amici e parenti, lo si possa ascoltare. E ne vale la pena.
Fragments, frammenti. Difficile trovare un titolo migliore per sintetizzare
il senso di una musica molteplice, caleidoscopica. Sarebbe difficile anche
soltanto immaginare di classificare questo disco, tanta è la sua varietà.
Duri e complessi riff prog-metal accostati al rock sognante degli Stereolab (Thicking
Ghosts 1 e 2); il folk di Driving through twilight, che ricorda
la Band di Garth Hudson e Robbie Robertson e subito dopo, spiazzante, il
quadretto bossa nova dal sapore lounge di A hundred pages of cannot be
named.
Tutto questo e altro è la musica di Capillary Action.
Altro come, per esempio, la citazione più che evidente di Brain
Damage dei Pink Floyd che fa da motivo portante di Pillars
disintegrate o il riff
alla Iron
Maiden di Architecture would fail, che si trasforma prima in un free noise
in stile Naked City, poi in un intenso finale psichedelico. Una sorta di
piccola enciclopedia del rock secondo Jonathan Pfeiffer, che va però oltre
la semplice citazione. Fragments è un album che fa della giustapposizione
il suo metodo generatore: tutto è accostato con grande libertà,
ma con un’intelligenza musicale che riesce a legare insieme gli svariati
pezzetti e a costruire straordinari edifici musicali.
Fa rabbia pensare che, forse, se questo esordio fosse uscito un paio di anni
fa, oggi staremmo già godendoci l’opera seconda di questo gran
musicista. Invece ci tocca aspettare, e sperare che non si perda d’animo.
(8.0/10)