
“I’ve been around / Knocked down
/ Now I’m back again / Yes I’m back again”
Sono queste le parole che suggellano il ritorno sulla scena dei Campag Velocet e del loro leader Pete Voss. Era il 1999 quando il primo album Bon Chic Bon Genre” veniva licenziato dalla PIAS ed indicato come l’ultimo grande esordio di fine millennio. Poi un lunghissimo silenzio, talvolta interrotto da voci di future pubblicazioni, di un album pronto e della rottura dei rapporti con l’etichetta discografica. Alla fine la Pointy, con un colpo di coda inaspettato, si riesce ad accaparrare i diritti sulla seconda prova di questa incredibile band, intitolata con una frase programmaticamente irrisolta: It’s Beyond Our Control. A spianare la strada arrivano due brani, entrambi utili a giocare d’anticipo per stuzzicare gli umori degli ascoltatori.
Innanzi tutto il singolo Vindictive Disco, vero filo rosso che riannoda il suono degli esordi con le evoluzioni del secondo disco attraverso una sferzata elettrica che ricorda da vicino le meraviglie di Drencrom [Velocet Synthemesc]. Questa volta troviamo anche il coro di Debsey Wykes ad addolcirne i toni prima della lunga, allucinata coda finale. Sembra dunque chiaro fin dall’inizio che i Campag Velocet non hanno rinunciato al lato più psichedelico della loro musica, in cui mostrano felici intuizioni free per composizioni fieramente strumentali.
Nel cd singolo, oltre ad una versione monca di Vindictive Disco ad uso e consumo di programmazioni radiofoniche, troviamo anche Phantom, un e caleidoscopio elettronico che successivamente verrà incluso in versione striminzita nell’album. Il secondo apripista è Who Are The Trumping Men?, inizialmente stampato su white label e fatto circolare nei i club londinesi per la gioia dei fortunati dj. Non è un segreto infatti che Pete Voss abbia un debole per questa professione, dato che ha sempre accettato di buon grado di movimentare le serate britanniche proponendo set al fulmicotone. Questo brano rappresenta dunque il lato più disco di It’s Beyond Our Control, brano notturno ed obliquo, continuamente in bilico fra il beat in 4/4 della cassa e le visioni artificiali del sax di Ted Milton.
A far da contraltare troviamo l’irruenza sfrontata di Instinct Tension, perfetta opening-track che viene sbriciolata sotto le incessanti sollecitazioni elettriche della band, ma anche la costante tensione di cui è iniettata Motown Clic. Quella dei Campag Velocet rimane ancora una questione estetica: la loro musica ed il loro stile sono unici e perfettamente riconoscibili.
Le progressioni strumentali sbilenche
e spesso angoscianti restano allo stesso tempo impetuose e fluide, richiamando
alla memoria gruppi come Primal Scream, PIL ed Happy
Mondays. Le parti
vocali di Voss sono a dir poco stupefacenti, sfacciate, imp(r)udenti, un
misto di inglese con flessione russa che richiama il lessico di “Arancia
Meccanica” (un altro dei riferimenti più ovvi per questa band).
L’impeto punk viene smussato dalle capacità musicali, l’eccesso
rock si infrange contro la ritmica da dancefloor, eppure il risultato è stupefacente.
Basta ascoltare la vellutatezza acid di Metro Boulot Dodo per
accorgersi delle potenzialità di questo disco, dove gli electronics
vengono guidati verso un’inevitabile finale lisergico dalla voce
ridondante di Voss. Ma la sezione con più alta concentrazione psicotropa
la troviamo nelle ossessioni da incubo di Stranded By The Reebox e
soprattutto nelle allucinazioni per pianoforte e batteria elettronica di
Sunset Strip Eclipse. L’immediatezza rock torna in Me
And A Foe, mentre un’accelerazione funk – elegantemente
acquietata nel bel mezzo della spinta propulsiva – viene inserita
con Obsessed With Gloom, The Silencer rappresenta
un intermezzo che obnubila la mentre prima della rasoiata finale: gli oltre
otto minuti di Ain’t No Funki Tangerine raccolgono
tutti gli elementi caratterizzanti di quest’album, a partire dalle
liriche esagitate e ferocemente dirompenti del frontman, passando attraverso
le ritmiche ballabili ed incalzanti per arrivare alla tensione elettrica
che pervade il mood artistico dei Campag Velocet.
Fosse uscito qualche anno fa, It’s Beyond Our Control sarebbe
diventato un classico senza tempo, capace di mettere d’accordo gli
ascoltatori indie, i patiti della psichedelia e quelli con una predilezione
per la pista da ballo. Le cose sono andate diversamente e questo disco
non riuscirà a stravolgere la storia della musica underground né a
superare il livello di originalità raggiunto con Bon
Chic Bon Genre. Ma sarebbe un errore madornale lasciarsi
sfuggire un lavoro di questa caratura, così lontano da qualunque
altro album ascoltato negli ultimi tempi.