
Quattro anni di silenzio per i Brother James, ed eccoli tornare con l'opera
seconda Days. Sette tracce per mezz'ora e spicci di energia spigolosa
in cui trova sostanziale conferma l'antica attitudine indie-noise. Col valore
aggiunto - non da poco - di una registrazione eccellente (dietro la console
troviamo Andrea Rovecchi, già al lavoro con Giardini di Mirò),
ovvero attenta a riprodurre l'accadere flagrante del suono, condotta quantomai
auspicabile viste le coordinate formali (come da sempre ci insegna Steve "Ruvidezza" Albini).
I tre parmensi sfilano dal cilindro almeno due pezzi da novanta, l'urticante Wait
A Minute e l'impetuosa Flat Top, funky-rock spastico la prima (straniante
gorgo spy-story del basso, raffiche di batteria, il tamburello come un'animuccia
indifesa sulla linea di tiro, quel bridge che scompagina e dilata gli spazi
introducendo un lungo assolo dissonante fino alla dissolvenza) e quadratura
math-noise la seconda (riff a due chitarre a spianare la strada per il declama
aspro dei versi, incandescenza di corde e mitragliate radenti di batteria che
trattiene e rilascia energia a folate, canto sdegnoso e irato come d'amarezza
rappresa, torrido finale sguinzagliato sulle tracce di Sonic Youth-Mogwai).
Va poi messa in conto la buona fattura delle due cover, una Kill your sons a
firma Lou Reed spogliata della cinica sordidezza originale ma rivestita
d'allarme cupo (il riff che prende il comando e sovrasta l'incedere blues-rock,
intanto che il basso mugugna rauco) e una One too Many Morning - per
la benemerita penna di Bob Dylan - tra il livido e l'oppiaceo (le distorsioni
pennellano d'acido il paesaggio, come se meditassero un'esecuzione già avvenuta),
così come è quantomeno efficace The Power Of nel ruolo
di incipit (funky strumentale tutto asprezza, corde sguinzagliate lungo un
solco acido, il basso fibroso, drumming secco e puntuale per un insieme matematico-psichico
che rimanda a certi esotismi minacciosi June Of '44).
E' insomma un buon disco, anche se... Intendiamoci, a me piace stare in mezzo
a queste coordinate, queste vibrazioni angolose, questo lato oscuro di melodie
che implodono prima di sbocciare, schiacciate dalla tenaglia di una strategia
inesorabile. Ha avuto un senso, tutto ciò, una necessità. In
ragione della quale ancora oggi possiamo sentirne l'urgenza di manufatto lanciato
di taglio contro certe costruzioni un po' troppo confortevoli e confortanti.
Ma, ugualmente, non può fare a meno di sembrarmi la retroguardia di
un esercito che ha già combattuto la sua guerra.
Non mi stupisce perciò la stanchezza affiorante dalle maglie di - guarda
un po' - The Soft War (col suo peregrinare semiautomatico sulla scia
di riff inesplosi, col pur notevole tango bellicoso imbastito dal drumming)
e della conclusiva Toy Spaceship, appesa alla pregevole intuizione di
un doppio binario di chitarra (carillon angoscioso sullo sfondo, riffa brusco
in primo piano) e poi via andare, con deciso retrogusto d'automatico.
Una dimostrazione di bravura che attende altri terreni di confronto, meno prevedibili
e "accaduti". Io almeno la vedo così.
(6,2/10)
Matteo Berghenti - chitarra, voce
Giacomo Pelagatti - basso, chitarra, cori
Rodolfo Villani - batteria, cori
Bi - cori