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Brother James - Days (Black Candy / Audioglobe, 2004)

di Stefano Solventi

Quattro anni di silenzio per i Brother James, ed eccoli tornare con l'opera seconda Days. Sette tracce per mezz'ora e spicci di energia spigolosa in cui trova sostanziale conferma l'antica attitudine indie-noise. Col valore aggiunto - non da poco - di una registrazione eccellente (dietro la console troviamo Andrea Rovecchi, già al lavoro con Giardini di Mirò), ovvero attenta a riprodurre l'accadere flagrante del suono, condotta quantomai auspicabile viste le coordinate formali (come da sempre ci insegna Steve "Ruvidezza" Albini).
I tre parmensi sfilano dal cilindro almeno due pezzi da novanta, l'urticante Wait A Minute e l'impetuosa Flat Top, funky-rock spastico la prima (straniante gorgo spy-story del basso, raffiche di batteria, il tamburello come un'animuccia indifesa sulla linea di tiro, quel bridge che scompagina e dilata gli spazi introducendo un lungo assolo dissonante fino alla dissolvenza) e quadratura math-noise la seconda (riff a due chitarre a spianare la strada per il declama aspro dei versi, incandescenza di corde e mitragliate radenti di batteria che trattiene e rilascia energia a folate, canto sdegnoso e irato come d'amarezza rappresa, torrido finale sguinzagliato sulle tracce di Sonic Youth-Mogwai).
Va poi messa in conto la buona fattura delle due cover, una Kill your sons a firma Lou Reed spogliata della cinica sordidezza originale ma rivestita d'allarme cupo (il riff che prende il comando e sovrasta l'incedere blues-rock, intanto che il basso mugugna rauco) e una One too Many Morning - per la benemerita penna di Bob Dylan - tra il livido e l'oppiaceo (le distorsioni pennellano d'acido il paesaggio, come se meditassero un'esecuzione già avvenuta), così come è quantomeno efficace The Power Of nel ruolo di incipit (funky strumentale tutto asprezza, corde sguinzagliate lungo un solco acido, il basso fibroso, drumming secco e puntuale per un insieme matematico-psichico che rimanda a certi esotismi minacciosi June Of '44).
E' insomma un buon disco, anche se... Intendiamoci, a me piace stare in mezzo a queste coordinate, queste vibrazioni angolose, questo lato oscuro di melodie che implodono prima di sbocciare, schiacciate dalla tenaglia di una strategia inesorabile. Ha avuto un senso, tutto ciò, una necessità. In ragione della quale ancora oggi possiamo sentirne l'urgenza di manufatto lanciato di taglio contro certe costruzioni un po' troppo confortevoli e confortanti. Ma, ugualmente, non può fare a meno di sembrarmi la retroguardia di un esercito che ha già combattuto la sua guerra.
Non mi stupisce perciò la stanchezza affiorante dalle maglie di - guarda un po' - The Soft War (col suo peregrinare semiautomatico sulla scia di riff inesplosi, col pur notevole tango bellicoso imbastito dal drumming) e della conclusiva Toy Spaceship, appesa alla pregevole intuizione di un doppio binario di chitarra (carillon angoscioso sullo sfondo, riffa brusco in primo piano) e poi via andare, con deciso retrogusto d'automatico.
Una dimostrazione di bravura che attende altri terreni di confronto, meno prevedibili e "accaduti". Io almeno la vedo così.

(6,2/10)

01. The Power Of
02. Kill your sons (L. Reed)
03. Wait A Minute
04. The Soft War
05. One too Many Morning (B. Dylan)
06. Flat Top
07. Toy Spaceship

Matteo Berghenti - chitarra, voce
Giacomo Pelagatti - basso, chitarra, cori
Rodolfo Villani - batteria, cori
Bi - cori