
Il catalogo della Seahorse Recordings, nuova etichetta indipendente partenopea, si arricchisce in questi giorni di due uscite, entrambe all’insegna del pop- folk acustico in lingua inglese.
La prima riguarda i Blessed Child Opera, attuale progetto
del musicista napoletano Paolo Messere (precedentemente attivo in Silken
Barb ed Ulan Bator nonché fondatore della
stessa Seahorse). Looking After a Child, seconda
prova del gruppo dopo l’esordio omonimo di due anni fa, raccoglie
tredici episodi di indie pop dall’impianto prevalentemente acustico,
ben scritti ed arrangiati con cura (si presti attenzione in tal senso
agli ottimi inserti di archi).
Ancor prima che le singole canzoni, ciò che colpisce è la padronanza
del quartetto nel saper creare atmosfere - ora cupe ora solari - in maniera
efficace, senza necessariamente travalicare gli steccati di genere, mostrando
anzi un ottimo gusto nell’allestire i brani anche in senso “classico”,
trovando per ognuno di essi la veste sonora più adeguata.
Dall’iniziale Flashing Lights (melodia al sapore indie anni ’80 per violoncello, slide guitar e chitarre acustiche) sino alla sorprendente conclusione di Her Januaries (sovrapposizioni di linee vocali, sintetizzatori e bleeps elettronici à la Wilco verso un finale che sa di antico), ogni cosa sembra essere al suo posto: ballate tra post-folk e Cure (The View, Blue Station, Paradise Found), momenti intimisti in punta di piedi (Kill the moment e I look forward, tra Belle and Sebastian e l’inevitabile Drake), atmosfere sospese ed ipnotiche tra Lanegan e la Harvey (To reach peace, con la voce di Carmen D’Onofrio), toni acidi e stranianti (Starfish & Crowns, Too much snow, Pimba Cattiva) e perfino rock ( le reminescenze Radiohead / U2 di Escape Song e Pimba buona) convivono in questo lavoro senza offuscare la visione d’insieme. In sintesi, un disco di classe. (6.7/10)

La seconda uscita della Seahorse riguarda Moopo, cantautore
italo-canadese alle prese con un pugno di fragili canzoni folk d’autore,
scarne ed essenziali.
Il songwriting di questo musicista è ispirato, a sentir lui, da nomi
tanto illustri quanto distanti tra loro come Robert Wyatt, Nick
Drake, Syd Barrett e Paul Weller;
a prescindere da queste (più o meno riscontrabili) ascendenze, The
Only Word of My Prayer è ricco di episodi di spessore,
in virtù anche dei contributi di Paolo Messere in fase
di arrangiamento e produzione.
Quello di Moopo è un mondo di suggestioni acustiche, in cui melodie
trasognate (Above Me, A Weird Feeling), scherzi pop jazz
(Around the World e The Youniverse Bound, vicine a certe
confidenze NAM), raffinati soul welleriani (Up) e reminiscenze sixties
(It’s time, degna dei migliori Felt) si alternano
ad oscure ballate che parlano di morte ed incomprensione (Tic Toc, A
Conversation), elegie finemente arrangiate (la drakiana The Place), nebbie
lisergiche (Urinary sand, tra Pink Floyd e Nico),
sospensioni ai limiti del post (The only word of my prayer is your name, The
Rose).
Un album abbastanza gradevole, le cui uniche pecche consistono in una composizione
a tratti monotona e negli evidenti limiti vocali del Nostro. Peccati veniali,
alla luce del risultato finale. (6,5/10)
P.S. : se le prossime uscite della Seahorse Recordings si manterranno su questi livelli, c’è da sperar bene…