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Archive - Noise (Warner)

di Stefano Solventi

Tornano gli Archive, torna il loro talento inversamente proporzionale alla capacità di annusare il vento, che li ha portati dal trip hop di Londinium (tutt'oggi la loro prova più convincente), alle morbidezze poppeggianti di Take My Head, allo spacey-psych floydiano di You All Look The Same To Me, passando per una colonna sonora (Michel Vaillant) anche piuttosto acclamata.
Il quarto album Noise segna un ulteriore spostamento, duplice direi: verso certo romanticismo post-pop à la Starsailor con tentazioni Sigur Ros da una parte, e verso certo cosiddetto neo-rock con un piede nei sessanta e uno negli ottanta dall’altro. Entrano cioè in scena mantici più o meno soffusi di archi (arrangiati e diretti da Graham Preskett, già con Kevin Ayers e Mott the Hopple, ma anche con Paul Young, David Coverdale, Miguel Bosè…) nonché corde ruvide e sfrigolanti. Ferma restando la propensione psych, la misticanza di intuizioni Underworld/Air/Massive Attack, l’accademismo cosmic-soul e solerti recuperi synth-pop.
Proprio questo tracciare visioni con righello e goniometro, questo stemperare club-culture, acidità rock e pop-soul accomodante rendono palese gli estremi del progetto, chiaramente votato ad intercettare il vago desiderio d'alternativa che cova (o coverebbe) nel grosso della platea. Ovvero illudere gli astanti d'una avvolgente sintesi outsider, segmento d'una prospettiva defilata e totale, astorica e antologica. Un’illusione, appunto. Un gioco di prestigio.
Peccato che la disarmante pochezza della scrittura, i rari momenti felici e alcune pessime interpretazioni, facciano crollare tutto come il classico castello di carte. Esemplare in questo senso la lunga Waste, sorta di soul snervato e snervante che vorrebbe offrirci il piatto forte d'archi tra guarnizioni di riverberi sintetici e rarefazioni di chitarre, salvo poi aprire a riffettini moroderiani e ad un boogie gracchiante. Il tutto in sella ad un'insulsa melodia spinta fino alla spossatezza (nostra) dagli urlacci di Craig Walker (a proposito: è un mistero che un gruppo tutto sommato ambizioso come questo si affidi a corde vocali tanto insulse, da allievo sfigato della coppia Bono-Liam Gallagher). Una suite di espedienti sonici giustapposta con mentalità da costruzioni Lego, le emozioni schiacciate a priori tra gli incastri.
Stessa strategia e stessi esiti riscontrabili in Love Song (prima evanescenze organo-voce-tastiere-corde, quindi accelerata di watt sporchi, feedback, deep-bass e vocalizzi simil-Underworld su ritmica downtempo funk), Sleep (ballatina piano/archi/voce memore dei versi di Running To stand Still degli U2, quindi echi floydiani, svenevolezze orchestrali e coretti dolciastri come gli ultimi Smashing Pumpkins, il tutto diluito ben oltre i propri meriti) e nella title-track, che scippa brandelli melodici alla classica Summertime tra chitarre western, batteria ciber/marziale, un flauto all’improvviso, organi e synth a spennellare fondali da cinecittà.
Se la stolidità struttural/melodica di Fuck U non regge il confronto con l’aggressività del titolo, un po' meglio va con i due brevi intermezzi (gli sventagliamenti di corde wave di Here e il quadretto intimista chitarra e wurlitzer di Wrong) e col singolone Get Out, se non altro perché abbassa le pretese e si vuole sfacciatamente pop, con quelle pennate in loop, il drumming da macchinetta, l'andazzo errebì un po' Dandy Warhols un po' BRMC, il chorus facilotto e la melassa d'archi alla pavarottiandfriends su cui Craig scatarra il titolo un centinaio di volte.
Decisamente meglio invece va con lo spaesamento Radar Bros di Conscience (che purtroppo non rinuncia a raffazzonate velleità Sigur Ros) e con la successiva Pulse, slabbrature funky soul tra tastierine un po' Wonder un po' Moroder che l'ineffabile Walker interpreta in un legnoso falsetto (anche qui in coda un sistematico bailamme noise, così tanto per intorbidare le acque).
La conclusiva Me And You ribadisce il concetto: incipit folk blues con venature soul, poi la voce si fa sguaiata (le viene - per così dire - naturale), una tastierina tiepida apre ad un valzer ordinario mentre l'uno-due piano elettrico/chitarra ronzante vorrebbe assestarci il colpo di grazia, invece macché, l'agonia si protrae giocando coi volumi e segmentando il flusso come se fosse in grado di scomodare chissà quale inquietudine o suggestione.
In definitiva, questo disco è la conferma eclatante che Darius Keeler e Danny Griffiths (le due teste pensanti del progetto) sono due discreti intrallazzatori sonori, senz'altro abili artigiani da studio ma con scarsa inventiva e pressoché nulla propensione melodica. Di Mr. Walker ho già detto, vero? Bene, avanti un altro.


( 4,6/10)

01. Noise
02. Fuck U
03. Waste
04. Sleep
05. Here
06. Get Out
07. Conscience
08. Pulse
09. Wrong
10. Love Song
11. Me and You
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