
Tornano gli Archive, torna il loro talento inversamente proporzionale alla
capacità di annusare il vento, che li ha portati dal trip hop di Londinium (tutt'oggi
la loro prova più convincente), alle morbidezze poppeggianti di Take
My Head, allo spacey-psych floydiano di You All Look The Same
To Me, passando per una colonna sonora (Michel Vaillant)
anche piuttosto acclamata.
Il quarto album Noise segna un ulteriore spostamento, duplice
direi: verso certo romanticismo post-pop à la Starsailor con
tentazioni Sigur Ros da una parte, e verso certo cosiddetto neo-rock
con un piede nei sessanta e uno negli ottanta dallaltro. Entrano cioè in
scena mantici più o meno soffusi di archi (arrangiati e diretti da Graham
Preskett, già con Kevin Ayers e Mott the Hopple, ma
anche con Paul Young, David Coverdale, Miguel Bosè
)
nonché corde ruvide e sfrigolanti. Ferma restando la propensione psych,
la misticanza di intuizioni Underworld/Air/Massive Attack,
laccademismo cosmic-soul e solerti recuperi synth-pop.
Proprio questo tracciare visioni con righello e goniometro, questo stemperare
club-culture, acidità rock e pop-soul accomodante rendono palese gli
estremi del progetto, chiaramente votato ad intercettare il vago desiderio
d'alternativa che cova (o coverebbe) nel grosso della platea. Ovvero illudere
gli astanti d'una avvolgente sintesi outsider, segmento d'una prospettiva defilata
e totale, astorica e antologica. Unillusione, appunto. Un gioco di prestigio.
Peccato che la disarmante pochezza della scrittura, i rari momenti felici e
alcune pessime interpretazioni, facciano crollare tutto come il classico castello
di carte. Esemplare in questo senso la lunga Waste, sorta di soul snervato
e snervante che vorrebbe offrirci il piatto forte d'archi tra guarnizioni di
riverberi sintetici e rarefazioni di chitarre, salvo poi aprire a riffettini
moroderiani e ad un boogie gracchiante. Il tutto in sella ad un'insulsa melodia
spinta fino alla spossatezza (nostra) dagli urlacci di Craig Walker (a
proposito: è un mistero che un gruppo tutto sommato ambizioso come questo
si affidi a corde vocali tanto insulse, da allievo sfigato della coppia Bono-Liam
Gallagher). Una suite di espedienti sonici giustapposta con mentalità da
costruzioni Lego, le emozioni schiacciate a priori tra gli incastri.
Stessa strategia e stessi esiti riscontrabili in Love Song (prima evanescenze
organo-voce-tastiere-corde, quindi accelerata di watt sporchi, feedback, deep-bass
e vocalizzi simil-Underworld su ritmica downtempo funk), Sleep (ballatina
piano/archi/voce memore dei versi di Running To stand Still degli U2,
quindi echi floydiani, svenevolezze orchestrali e coretti dolciastri come gli
ultimi Smashing Pumpkins, il tutto diluito ben oltre i propri meriti)
e nella title-track, che scippa brandelli melodici alla classica Summertime tra
chitarre western, batteria ciber/marziale, un flauto allimprovviso, organi
e synth a spennellare fondali da cinecittà.
Se la stolidità struttural/melodica di Fuck U non regge il confronto
con laggressività del titolo, un po' meglio va con i due brevi
intermezzi (gli sventagliamenti di corde wave di Here e il quadretto
intimista chitarra e wurlitzer di Wrong) e col singolone Get Out,
se non altro perché abbassa le pretese e si vuole sfacciatamente pop,
con quelle pennate in loop, il drumming da macchinetta, l'andazzo errebì un
po' Dandy Warhols un po' BRMC, il chorus facilotto e la melassa
d'archi alla pavarottiandfriends su cui Craig scatarra il titolo un centinaio
di volte.
Decisamente meglio invece va con lo spaesamento Radar Bros di Conscience (che
purtroppo non rinuncia a raffazzonate velleità Sigur Ros) e con la successiva Pulse,
slabbrature funky soul tra tastierine un po' Wonder un po' Moroder che
l'ineffabile Walker interpreta in un legnoso falsetto (anche qui in coda un
sistematico bailamme noise, così tanto per intorbidare le acque).
La conclusiva Me And You ribadisce il concetto: incipit folk blues con
venature soul, poi la voce si fa sguaiata (le viene - per così dire
- naturale), una tastierina tiepida apre ad un valzer ordinario mentre l'uno-due
piano elettrico/chitarra ronzante vorrebbe assestarci il colpo di grazia, invece
macché, l'agonia si protrae giocando coi volumi e segmentando il flusso
come se fosse in grado di scomodare chissà quale inquietudine o suggestione.
In definitiva, questo disco è la conferma eclatante che Darius Keeler e Danny
Griffiths (le due teste pensanti del progetto) sono due discreti intrallazzatori
sonori, senz'altro abili artigiani da studio ma con scarsa inventiva e pressoché nulla
propensione melodica. Di Mr. Walker ho già detto, vero? Bene, avanti
un altro.
( 4,6/10)