
Spuntano fiori colorati sul cespuglio lo-fi dei giovani campani A Toys Orchestra.
Fiori di plastica e seta e luci colorate. Fiori acidi e dolciastri, tossici
e indolenziti. Sbocciano sull'onda di una maturazione piacevole e piuttosto
sorprendente.
Cuckoo Boohoo (sottotitolo: "how to heal your broken hearts - the breakup
repair kit") insomma è - rispetto al debutto Job (2001)
- una svolta e una conferma assieme, il tentativo di volare più in alto
e consapevolmente . C'è freschezza e ispirazione, una ragguardevole
disinvoltura nel giustapporre trame indolenzite Sparklehorse e sdilinquimenti Delgados,
il derapage romantico dei Blonde Redhead e l'allure cinematica Calexico,
l'epicità sospesa dei Radar Bros e le lusinghe catchy dei Joy
Zipper.
Questione di rock, certo, e di elettronica (d'ambiente, stordente, distraente),
e di benedetto pop (intimista e fracassone). E poi generosità di tastiere,
abile profusione di samples, chitarre accaldate nell'attrito tra seventies
e post-punk, il fragrante alternarsi delle voci (asprigna e accorata quella
di Enzo, esile e dolciastra quella di Ilaria) a tratteggiare contorni da operetta
lunare.
La sequenza iniziale è unautentica parata di depistaggi stilistici,
dal breve preludio per piano, elettroniche e found voices di Radio Tsunami all'incedere
trepido di Hengie: Queen of the Border Line, passando per il 3/4 saturo
di riverberi e segnato da svolte repentine di Peter Pan Sindrome (tra Grandaddy e
il compagno di scuderia Goodmorningboy, le voci che ad un tratto s'avvolgono
impuntandosi Beach Boys, uno sbocco quasi noise nel sottofinale) quindi
per i beat meccanici, i tramestii digitali, i fulgori industrial, l'uggiolare
d'organi e chitarre, l'isteria pseudo-punk ed il power-pop di Panic Attack
#1 (incredibile ma plausibile merge tra, uhm, diciamo Underworld, Notwist e Visage).
Ciò basta ad informarci circa il brillante periodo di forma della band,
capace di sfoderare esiti imprevedibili vuoi per naturale talento vuoi per
la benedetta immaturità compensata da un brio ipercromatico. Ecco dunque
che 1000 Flaming Dragonflies può sciorinare suggestivi landscapes
Radar Bros, la psych imbalsamata degli ultimi Floyd, chitarre colte
un po' dal praticello acido di Abbey Road, un po' dalle bieche
fioriere Blonde Redhead e un po' dai bordi di polverosi sentieri western.
Ancora il romanticismo problematico dei Blonde Redhead aleggia nella pazzesca Loco
Motive, in bilico sul piano inclinato allestito dal frinire di corde e
wurlitzer, echeggiante in futuristici interni Lali Puna, scaraventato
allimprovviso tra scenari tex-mex come Morricone masticato a silicio,
poi tra spurghi noise rimagliati a vocoder (di nuovo il fantasma oppiaceo di
Linkous), infine in un denso rosseggiare di chitarra prima che il piano arrivi
ad estinguere tutto il pateracchio di visioni: è questo di sicuro il
pezzo chiave del programma, ma anche la conclusiva Asteroid se la cava
mica male coi suoi decolli di mellotron, chitarre e drum machine su una rotta
prossima ai primi Air (quella specie di soul-r'n'b amniotico, quelle
iridescenze su sfondo nero), ipnotizzandoci con un minimale ritornello tra
il fatalista, l'apocalittico e il fanciullesco.
In mezzo a tanto nitore - inevitabilmente - qualche angolo di perplessità,
come la riempitiva Modern Lucky Man (un po' come gli ultimi, disinvolti
e disincantati Pavement, godibile ma abbastanza risaputa), come il mero
esercizio Sparklehorse di 3 Minutes Older (comunque suggestivo), così come
non convince appieno una Panic Attack #2 un po' troppo compiaciuta del
proprio saper miscelare svolazzi pop, post-blues teatrale e concitati influssi
psych (prossima alle evanescenze soniche degli ultimi Flaming Lips).
Notevole e spiazzante la presenza di due romanticherie per piano e voce come Elephant
Man e Three Withered Roses, immerse in un acquario di melodramma
e tersi fondali notturni: forse perché coincidono con i momenti più nudi,
proprio in queste tracce si consolida la sensazione di una band intenta a costruire
canzoni come si trattasse di un gioco (coerentemente col proprio nome, quindi),
abile a manipolare scenografie di stoffa, ologrammi e plastilina, attraversati
con la tristezza allibita di cartoon noir e le movenze ingenue/inesorabili
di pupazzi di latta. Come se nel folto dei segni non fosse possibile altra
musica che un simbolo di musica, né altro dramma che una sagace drammatizzazione.
Sensazione fallace o meno, gli A Toys Orchestra rimangono comunque una bella
realtà. Con ancora qualche promessa da mantenere: la qual cosa, ne converrete,
non guasta affatto. (7,1/10)