
Ideato e promosso dal sito www.oggettivolanti.it, Vegetable Man è un progetto discografico che in meno di due anni ha già coinvolto decine di band italiane e non. L’idea di base è tanto insolita quanto semplice: tutti i gruppi convocati sono chiamati a reinterpretare Vegetable Man, brano che Syd Barrett compose durante gli ultimi mesi di militanza nei Pink Floyd (ma mai pubblicato ufficialmente).
Dopo un primo volume uscito
alla fine del 2002 (e un ancor più bizzarro esperimento discografico
coi gruppi a interpretare il suddetto brano per soli dieci secondi), questo
secondo
episodio vede
in pista
glorie dell’indie nostrano come Ronin e Bugo affiancate
da altrettanti musicisti sotterranei provenienti da Francia, Giappone, Svezia
e Stati Uniti.
Per chi dovesse storcere il naso di fronte all’ennesimo tributo, va
detto che siamo comunque ben lontani dalla semplice idea di cover: la canzone
del Diamante Pazzo è soltanto un pretesto per mettere in luce le capacità
interpretative ed espressive di gruppi stilisticamente spesso molto diversi
tra loro. In più, il fatto che il pezzo da rivisitare sia lo stesso
per ciascuno rende la sfida duplice: per chi suona e per chi ascolta. Assodato
che non è il massimo ascoltare venti versioni della stessa canzone,
sta dunque al singolo artista rendere l’andamento della tracklist il
più vario possibile; all’ascoltatore non resta che sostituire
il titolo del brano col nome del gruppo interprete, e il gioco è fatto.
Perché si tratta in fondo di un gioco, in cui vince chi riesce ad asservire
il brano di Barrett alle proprie esigenze espressive. In questa chiave (a
prescindere dalla struttura di per sé peculiare della canzone barrettiana,
diviso nettamente in tre sezioni diverse tra loro), le riletture più
stimolanti sono quelle che portano l’ascoltatore verso nuovi paesaggi
musicali, sia che si ricalchi l’originale, sia che si stravolga del
tutto il canovaccio.
Tra i protagonisti più interessanti di questo secondo volume troviamo
sicuramente i Larsen, che trasformano Vegetable Man in
un ipnotico strumentale dream pop, guidato dal carillon e attraversato da
un synth ossessivo; poi i nipponici Mandog, che usano
il tappeto armonico del brano per costruire una base di tessiture soniche
su cui intrecciare ricami chitarristici di sicuro effetto; i Kawabata
Makoto,
che improvvisando in una nebbia lisergica nella parte mediana omaggiano dichiaratamente
gli stessi Pink Floyd del 1967; i già citati Ronin, che confermano
la loro classe in un pezzo di musica ambientale (tra Eno e Cale),
denso di strati di tastiere in cui si riconosce soltanto, rallentatissimo,
il refrain barrettiano.
Convincono anche riletture più “classiche”, come le trame post rock di Daniele Brusaschetto, la psycho-hard-wave (si consenta il neologismo) degli Swedish Whistler, il folk lo fi acustico degli americani Our poor neighbors, l’eterea elettronica alla Sylvian del duo austro-veneto Christian Rainer & Narc KBK; lasciano invece un po’ perplessi il breve gioco strumentale di Simone Bicego, il convenzionale (ma ben confezionato) indie pop dei Kech, la psichedelia techno wave dei Tirlindana e i tappeti ambient degli americani Cevrice.
Chiude il programma l'Uomo Vegetale di Bugo, che forse calca un po’ troppo la mano con le bizzarrie dispensando effetti trash demenziali, non rinunciando sul finale ai consueti richiami beckiani a cui il novarese ci ha abituati da tempo.
Secondo gli ideatori, il progetto ambizioso è quella di realizzare entro il 2030 ben 50 compilation in modo da avere ben 1000 versioni di Vegetable man realizzate da altrettanti gruppi. L’idea in sé meriterebbe un bel 10/10 soltanto per la sua folle incoscienza ma, tenuto conto della quantità forse eccessiva di versioni (a scapito della qualità) che rende faticoso l’ascolto dell’intero programma anche per le orecchie più pazienti, questa raccolta non va oltre il (5.5/10)