
Dopo la fortunata operazione Let it Boom, tributo alla musica dei Beatles in salsa italian indie, MusicBoom ci riprova con Boomsongs for Velvet, compilation – disponibile in download gratuito sulle pagine del sito - che si propone lo stesso obiettivo con i Velvet Underground. Assodato che misurarsi con le canzoni del gruppo newyorchese - passando anche dalle parti del Lou Reed solista - è impresa scomoda e non delle più facili, l’ascolto di alcuni episodi di questa raccolta può rivelarsi interessante, soprattutto se la intendiamo (com’è giusto che sia) più come radiografia dell’attuale scena indie nostrana che come tributo vero e proprio.
Ciò che salta subito all’orecchio è una certa cautela – timore
reverenziale? - nell’avvicinarsi alla materia, tanto da prediligere,
nella maggior parte dei casi, un approccio decisamente soft; l’impianto
si mantiene così sull’ascoltabile, con suoni morbidi e molti
riverberi (vedi la sognante Jesus di Goodmorningboy posta
in apertura), senza distaccarsi troppo dalle versioni originali; a parte una
bella New Age di Sofful o la Perfect Day dei Mr
Grady? in bilico tra Cave e Cohen,
un gran numero di queste rivisitazioni non va oltre l’imitazione calligrafica,
senz’altro piacevole (d’altronde la materia prima è quella
che è) ma in fondo fine a se stessa.
Va sottolineato che, in generale, ci si è rivolti più verso il
lato “pop” e melodico della produzione velvettiana che verso quello
sperimentale (di marca John Cale): uniche eccezioni in tal
senso sono la Black Angel’s Death Song del trio Cantù / Ciappini
/ Iriondo e la The Gift e degli Zen Circus,
ma, laddove una riesce a mantenere lo spirito dell’originale risultando
credibile (probabilmente in virtù del bagaglio musicale dei soggetti
in questione), l’altra viene accelerata verso il garage, finendo per
perdere in atmosfera; sullo stesso versante – ma in senso opposto - lascia
un po’ interdetti la Venus in Furs dei Ronin,
che tramutano la maledetta e minacciosa danza sado-maso originale in una straniante
ninnananna guidata da piano e xilofoni.
A fronte di questa situazione di certo non esaltante, non mancano comunque
episodi interessanti e a loro modo coraggiosi: per esempio l’eterea elettronica
di I’ll Be Your Mirror dei Lorbi, tutta incentrata
sulla voce di Odette di Maio, o il riuscito rispolvero in
chiave velvettiana (sic!) di un brano del Reed minore come What Becomes
a Legend Most da parte dei Mosquitos. Discorso a parte
per la I’m so Free dei Bikini the Cat, che
stravolgono armonicamente e melodicamente il pezzo di Transformer mutandolo
in uno sbilenco zabaione pop-wave (download caldamente consigliato); deludono,
infine, gli esperimenti post-rock di da’namaste (Ocean)
e Viclarsen (Heroin), cui comunque va riconosciuto
l’ardore di cimentarsi in riletture insolite.
Se quella di MusicBoom resta sempre un’iniziativa lodevole, questa compilation, priva di mordente e di guizzi particolari, finisce per deludere le aspettative. In onore di una delle band più controverse e “di rottura” della storia del rock non avrebbe guastato da parte degli interpreti un pizzico di coraggio in più (che invece, secondo chi scrive, non è mancato, con esiti ben più felici, nel precedente tributo ai Beatles).
(5,5/10)