
È un manifesto di intima dissidenza quello apparecchiato da Robert
Wyatt con Cuckooland, titolo che potremmo tradurre come terra
degli scemi o qualcosa del genere. Una protesta indignata e commossa,
uno scavare nelle pieghe del sensibile con la sensibilità di chi ha
scritto le pagine più diafane e imprendibili qualcuno dice
le più belle tout court del Rock.
Mettendosi in primo piano
con disinvoltura, con tenerezza, con competenza. E allo stesso tempo dissolvendosi
nel suono suonato, (quasi) senza ostentazioni, austero tanto nei passaggi
gravi quanto nei momenti di scioltezza.
Trattasi di un disco generoso fino alla prolissità, difetto che lautore
non nasconde anzi affronta con la tipica flemma bonaria, inserendo a metà programma
trenta secondi di silenzio per come suggerisce nelle note riposare
le stanche orecchie dellascoltatore.
Espediente comunque non bastevole ad alleggerire la trama, che sulla distanza
perde coesione e fuoco, suggerendo un ascolto parcellizzato per meglio cogliere
i preziosismi (ce ne sono) disseminati nelle tracce. Che alternano momenti
di buona ispirazione (la slittante Trickle Down, la suadente rilettura
di Insensatez a firma Jobim/DeMoraes - come pure le nebbiosità jazzy
delliniziale Just A Bit) ad altri più scontati,
quantomeno relativamente al personaggio. È solo in questottica infatti
che possiamo bollare come accademica tanto la melodia angolosa di Cuckoo
Madame - con quei tipici vocalizzi mutuati da una tromba free quanto
la nostalgia post moderna di Old Europe con le sue riarticolazioni swing
e svolazzi da jazz club, mentre toccante ma decisamente fuori contesto appare
l'epica (medio)orientaleggiante di La Ahada Yalam.
Su tutto si spande un senso di allarme che penetra il corpo del suono (fenomeno
di cui Beware pezzo a firma Karen Mantler rappresenta
lapice esplicito e la quasi strumentale Brian The Fox synth,
tromba, trombone e aporie vocali - una sorta di oscuro ripiegamento), la cui
palpitante flagranza sembra come dire? - consapevole della propria impotenza
di fronte alle atrocità del mondo e della Storia (cui apertamente accennano
le note esplicative del libretto). Blues e jazz quindi come soundtrack di una
sconfitta già consumata, mai leziose né compiacenti (neppure David
Gilmour in Forest va oltre un sobrio ricamo, mentre Brian Eno e Phil
Manzanera si limitano ad una ospitata nei cori), calligrafie rigorose di
una prosa incantata e commossa.
In questa fragilità trepida, a tratti impetuosa, Wyatt sembra cercare
conforto e riparo, ragion per cui la sua critica alle derive dellinciviltà suona
come racchiusa in un bozzolo, ha laria di sapersi debole quantunque necessaria
(vedi quel senso di altero distacco da cui sbocciano episodi come Foreign
Accents suggestiva enunciazione di eventi dalla irrisolta e disimparata
tragicità o Lullaby For Hamza, dedicata a certi dimenticati
contraccolpi psicologici degli eroici bombardamenti su Bagdad),
un soffio di vento sulla foresta di cui forse si accorgerà qualche ramo,
e sarà già abbastanza.
Nel complesso dunque un non-capolavoro che vi farà armeggiare col tasto
dello skip, costringendovi ogni volta ad ascoltare un disco diverso,
a stringere linquadratura su particolari prima sfuggiti per stanchezza
o fretta o avversa disposizione danimo. Disco quindi non risolto però vivo,
dai cui solchi (pardon, bit) l'enigmatico sorriso di Wyatt - come una tristezza
pacificata - sembra aleggiare senza soluzione di continuità: per quanto
mi riguarda, vale solo per questo i soldi spesi.
( 7.0/10)