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Robert Wyatt - Cuckooland (Ryko)

di Stefano Solventi

È un manifesto di intima dissidenza quello apparecchiato da Robert Wyatt con Cuckooland, titolo che potremmo tradurre come “terra degli scemi” o qualcosa del genere. Una protesta indignata e commossa, uno scavare nelle pieghe del sensibile con la sensibilità di chi ha scritto le pagine più diafane e imprendibili – qualcuno dice le più belle tout court – del Rock.
Mettendosi in primo piano con disinvoltura, con tenerezza, con competenza. E allo stesso tempo dissolvendosi nel suono suonato, (quasi) senza ostentazioni, austero tanto nei passaggi gravi quanto nei momenti di scioltezza.
Trattasi di un disco generoso fino alla prolissità, difetto che l’autore non nasconde anzi affronta con la tipica flemma bonaria, inserendo a metà programma trenta secondi di silenzio per – come suggerisce nelle note – riposare le stanche orecchie dell’ascoltatore.
Espediente comunque non bastevole ad alleggerire la trama, che sulla distanza perde coesione e fuoco, suggerendo un ascolto parcellizzato per meglio cogliere i preziosismi (ce ne sono) disseminati nelle tracce. Che alternano momenti di buona ispirazione (la slittante Trickle Down, la suadente rilettura di Insensatez – a firma Jobim/DeMoraes - come pure le nebbiosità jazzy dell’iniziale Just A Bit) ad altri più “scontati”, quantomeno relativamente al personaggio. È solo in quest’ottica infatti che possiamo bollare come accademica tanto la melodia angolosa di Cuckoo Madame - con quei tipici vocalizzi mutuati da una tromba free – quanto la nostalgia post moderna di Old Europe con le sue riarticolazioni swing e svolazzi da jazz club, mentre toccante ma decisamente fuori contesto appare l'epica (medio)orientaleggiante di La Ahada Yalam.
Su tutto si spande un senso di allarme che penetra il corpo del suono (fenomeno di cui Beware – pezzo a firma Karen Mantler – rappresenta l’apice “esplicito” e la quasi strumentale Brian The Fox – synth, tromba, trombone e aporie vocali - una sorta di oscuro ripiegamento), la cui palpitante flagranza sembra – come dire? - consapevole della propria impotenza di fronte alle atrocità del mondo e della Storia (cui apertamente accennano le note esplicative del libretto). Blues e jazz quindi come soundtrack di una sconfitta già consumata, mai leziose né compiacenti (neppure David Gilmour in Forest va oltre un sobrio ricamo, mentre Brian Eno e Phil Manzanera si limitano ad una ospitata nei cori), calligrafie rigorose di una prosa incantata e commossa.
In questa fragilità trepida, a tratti impetuosa, Wyatt sembra cercare conforto e riparo, ragion per cui la sua critica alle derive dell’inciviltà suona come racchiusa in un bozzolo, ha l’aria di sapersi debole quantunque necessaria (vedi quel senso di altero distacco da cui sbocciano episodi come Foreign Accents – suggestiva enunciazione di eventi dalla irrisolta e disimparata tragicità – o Lullaby For Hamza, dedicata a certi dimenticati contraccolpi psicologici degli “eroici” bombardamenti su Bagdad), un soffio di vento sulla foresta di cui forse si accorgerà qualche ramo, e sarà già abbastanza.
Nel complesso dunque un non-capolavoro che vi farà armeggiare col tasto dello skip, costringendovi ogni volta ad ascoltare un disco “diverso”, a stringere l’inquadratura su particolari prima sfuggiti per stanchezza o fretta o avversa disposizione d’animo. Disco quindi non risolto però “vivo”, dai cui solchi (pardon, bit) l'enigmatico sorriso di Wyatt - come una tristezza pacificata - sembra aleggiare senza soluzione di continuità: per quanto mi riguarda, vale solo per questo i soldi spesi.

( 7.0/10)

01. Just A Bit
02. Old Europe
03. Tom Hay's Fox
04. Forest
05. Beware
06. Cuckoo Madame
07. Raining In My Heart
08. Lullaby For Hamza
09. Trickle Down
10. Insensatez
11. Mister E
12. Lullaloop
13. Life is Sheep
14. Foreign Accents
15. Brian The Fox
16. La Ahada Yalam
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