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Wire - Send (Pinkflag)

di Stefano Solventi

Per chi non l’avesse capito, i Wire sono tornati. Così concludevo la mia rece sui due ep Read & Burn, proiettili senza alcuna voglia di mancare il bersaglio, irriguardosi conati di furia rock organizzati con feroce perizia attorno ad una idea nitidissima di suono strutturato e deragliante, torrido come una furia e gelido come una vertigine digitale. Send arriva oggi dunque a celebrare quei due fortunati lavori selezionandone la sostanza (ovvero sette tracce) e aggiungendo quattro folgoranti inediti che spazzano ogni residuo dubbio sullo stato di forma del glorioso quartetto.
Nel dettaglio, e in ordine di apparizione: Mr. Marx Table scaraventa chitarre in un furioso inseguimento di pennate turbocompresse, la ritmica impellente in un levare da cardiopalma, la propulsione cupa del basso ed il canto pervaso di straniante mollezza; rallenta i battiti Being Watched, ma non l’inesorabile propensione alla ghigliottina di riff, alla bieca profondità dei bassi, all’asciutta sentenza ritmica, alla dissonanza tagliente (come il primo Eno solista), il tutto addensato attorno ad un sordido sinusoide melodico che scomoda in un botto Sonic Youth, Depeche Mode e Killing Joke; You Can’t Leave Now sprofonda ancora di più nella tarda wave centrifugando le stesse particelle Joy Division reperibili in 154 con l’iperstrutturazione sonica à la Kevin Shields, tanto che lo zampettare oscuro di loop ritmici e la gotica coreografia del basso sembrano annegare in quell’improvvisa emulsione di corde, distorsione densa effervescente chimica, in cui il canto si ubriaca di deliquio; quello che in un certo modo si aspetta e un po’ si teme - ovvero la battuta dance che sbaraglia il campo e assorbe la luce del riflettore - è quanto accade in Half Eaten, centoventi bpm o qualcosa in più tra artifici affilati, cavi scoperti, corde ipercompresse, vocoder aleggiante, zannate di basso e soprattutto un equilibrio prodigioso tra gioco e insidia, tra formattazione parodistica e cruda obliterazione della “misura”, ottima del resto come antipasto all’incubo Primal Scream-Suicide della stupenda 99.9, giustamente posta a ben chiudere il lavoro.
Il nuovo progetto Wire si conferma insomma come una sfera incandescente e rumorosa sparata a perforare i sonnolenti tessuti sonori della contemporaneità, una rasoiata a freddo, una sberla elettrica eccheccazzo, sgorgata dal profondo e profondamente elaborata. Lucida. Tesa. Dirimente.


(7.5/10)

di Pasquale Boffoli

L’ecletticità ispirativa ha sempre contraddistinto Colin Newman e c. sin dai giorni punk e da quel Pink Flag album/debutto che già si distaccava nettamente dalla media delle produzioni di quel genere. C’erano nel loro sound delle intuizioni ritmico-compositive trasversali entusiasmanti che trasfiguravano la forza bruta e grezza del punk facendolo sconfinare in territori espressivi seducenti e vergini. I seguenti Chairs Missing e 154 li proiettavano senza indugi in un limbo artistico in cui il punk era già un pallido ricordo a favore di una freddezza splendida e metronomica, di ritmi taglienti ed aerei e di una psichedelia malinconico/metafisica estrinsecata in ballate arcane, allusivamente inquietanti, che qualcuno ha definito barrettiane.
Dopo questa triade mesmerica la carriera di Colin Newman, Bruce Gilbert, Robert Gotobed e Graham Lewis si è protratta generosamente eclettica attraverso varie combinazioni, sperimentazioni con l’elettronica, prove solistiche (soprattutto di Colin Newman).
Sino alla notizia shock per noi che un po’ li avevamo persi di vista, della riunione della formazione originale agli albori del terzo millennio e l’uscita nel 2002 dei due volumi Read & Burn. I due documenti testimoniavano nitidamente di un quartetto che non aveva perso lo smalto artistico di tanti anni prima, anzi stupefacente nel Vol.1 era il serrato tiro chitarristico di In The Art Of Stopping, Comet e Agfers Of Kodack, un incrocio maturo tra l’intransigenza esecutiva giovanile e la saggezza ‘ambient’ acquisita negli anni.
Send, il lavoro degli Wire più completo da più di dieci anni esce per la loro etichetta Pink Flag e contiene i tre brani succitati più quattro dal secondo volume di Read & Burn, scolpiti anch’essi in ritmi ipnotici e duri come Spent , alle soglie di una sorta di cupa noise-dance come Nice Streets Above sino all’incubo tecnologico di 99.9.
A mio parere comunque gli episodi più riusciti ed intensi di Send sono proprio gli unici quattro completamente inediti: Half Eaten è una delle tipiche mutanti giostre strumentali per cui gli Wire sono famosi ma il prodigio si compie soprattutto (per quanto mi riguarda!) con Mr Marx’s Table, song complessa e cangiante, intrisa di psichedelia sognante che riporta agli onirismi di Chairs Missing, Being Watched, lenta ed intrigante e soprattutto You Can’t Leave Now, ancora lentezze metafisiche, dark, perentoria ed introspettiva all’inverosimile, tutte eccellenti riprove di una vitalità artistica ben lungi dall’esaurirsi.
Crudeli ed onirici, questi sono i vecchi/nuovi Wire nel 2003… gli Wire di sempre.

 

(7.0/10)

01. In the Art of Stopping - 3:34
02. Mr Marx's Table - 3:02
03. Being Watched - 2:57
04. Comet - 3:17
05. The Agfers of Kodack - 3:11
06. Nice Streets Above - 3:45
07. Spent - 4:43
08. Read and Burn - 2:34
09. You Can't Leave Now - 3:41
10. Half Eaten - 1:58
11. 99.9 - 7:42
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