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Tom Johnson - Organ And Silence (Ants; 2003)

di Massimo Padalino

Non preoccupatevi. Insistete. Non sono i diffusori del vostro impianto stereofonico a "mangiarsi" intere porzioni di disco. Tom Johnson, classe 1939, nativo del Colorado, è fra gli eredi più plausibili dell’“alea” cageana (e feldmaniana, avendo studiato per lunga pezza a New York col corpulento maestro di Crippled Symmetry). Lui, a differenza però di tanti altri suoi colleghi contemporanei (e perciò viventi), il silenzio non lo prende per boutade musicale, né sottogamba. Tutt’altro: Silenzio è il titolo di un libro di John Cage e molti compositori parlano dell’importanza del silenzio in musica, ma in realtà non se ne ascolta molto nel repertorio classico, o in altri repertori. In pratica, silenzi più lunghi di tre secondi sono estremamente rari in ogni tipo di musica”.

Parola di Tom Johson. Se l’ultima sua uscita discografica a potersi dire strepitosa era il cd, edito nel 1999 per la Experimental Intermedia (XI), The Chord Catalogue, nel quale il nostro si cimentava con un set di corde vibranti lasciate libere di produrre suoni nel silenzio (in pieno accordo con l‘etica-estetica aleatoria), questo suo ultimissimo Organ And Silence ripropone una questione centrale nell’autore statunitense.

La questione dell’ascolto. La differenza fra sentire, ossia percepire coi sensi, ed ascoltare, ovvero elaborare "culturalmente" il percepito, non ve la devo certo spiegare io… il nostro sito, Sentire Ascoltare appunto, ne dice ovunque e bene… mi piacerebbe, invece, concentrarmi sulla questione dell’ascolto nelle opere di Johnson. Se il silenzio, spesso, impera in esse, centrale si rivela, paradossalmente, essere la problematica della "coscienza dell’ascolto" (e dell’ascoltatore). Talvolta pare che in Johnson la concentrazione sui propri vuoti travalichi il senso di tutta la sua materia. Non che ne sia il cuore (come in Cage), ma qualcosa di ancor più vitale: una fede incondizionata.

Detto questo, Organ And Silence (chiaro in ciò sin dal titolo) supera brillantemente la prova della fruizione. L’intensità, se non proprio il linguaggio musicale, qui diversissimo e si sente, eguaglia le vette toccate da Tom nel capolavoro Bonhoeffer Oratorium. L’aura respirata, in entrambe le opere, è eminentemente religiosa, liturgica.

Se Bach, nei suoi lavori per organo, o anche nelle sue partite per violino, avesse conosciuto John Cage, forse ci avrebbe consegnato qualcosa di analogo a questo catalogo (otto pezzi numerati: III, IV, V, VII, VII, XII ecc) di brevi inserti per organo in partiture di pieno silenzio. Silenzio come calamita e bordone spesso sul quale attrarre la nota e delinearne il contorno. Qualcosa di molto sensuale c’è in tutto ciò. Di molto fisico, di eccitante. Possedere il suono per violarne, nell’aura sacrale (in questo caso) del silenzio, il senso riposto. Johnson, in tal modo, è propedeutico, e non il contrario, a qualsivoglia maestro barocco si sia cimentato con strumenti a canne: da Buxtehude a Schutz, da Telemann a Bach, da Pachbell ai tanti meno noti e oscuri che affollarono il Sei-Settecento musicale europeo. Visitare, sviscerare, approfondire l’elemento costituente ogni singolo fonema di quei grandi, implicitamente forse renderne omaggio, potrebbe essere la plausibilissima missione di Oragan And Silence. Cage e l’arte del fugato barocco non son davvero così lontani…(né tan meno moderni).

(7.5/10)

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