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Tom Barman and Guy Van Nueten - "Live" (Universal)

di Stefano Solventi

Una notizia buona e un paio bruttine per i dEUS-nostalgici. Quella buona: finalmente un segnale di vita, vale a dire il qui presente live del vocalist (ex?) Tom Barman, resoconto di un tour acustico assieme al pianista Guy Van Nueten. La prima notizia storta è la difficile reperibilità dell’oggetto, attualmente disponibile solo d’importazione malgrado la griffe Universal autorizzi a sperare in una migliore distribuzione a breve. La seconda è che, ahinoi, non vale la pena darsi troppa pena nel cercarlo.
Perché in definitiva queste undici tracce (più le sei contenute nel bonus-SACD) fanno pensare ad un buon show da jazz club, atmosfere soffuse, arrangiamenti minimali (piano-voce-chitarra), interpretazioni a sottrazione, ma per i brividi bisogna ripassare perché evidentemente sono rimasti imbrigliati nel fumo, tra il chiacchiericcio e i long-drink e i portacenere sui tavoli.
Voglio dire che il caro Tom, messosi a nudo, compie due miseri autogol rivelandosi mediocre interprete (monocorde, demotivato, talora sembra quasi accontentarsi di una decente intonazione) e sprovveduto chitarrista (impacciato sulla tastiera, pressoché insensibile alle dinamiche), tanto che da questa espoliazione Right As Rain, Serpentine ed Everybody’s Weird escono fuori a pezzi.
Quando entra in gioco il piano di Van Nueten si rientra se non altro nei ranghi della professionalità, senza però rischiare nulla, limitandosi al compitino. Si dirà che avendo scelto di misurarsi col repertorio di Nick Drake (River Man e Fruit Tree) la cosa giusta era proprio tirare il freno, tuttavia spiace il senso d’accademia, quell’eccessivo timore reverenziale che soffoca nella culla la magia.
La qual cosa tocca pure a tracce come la bowiana Memory Of A Free Festival e la beefhartiana Harry Irene, per forza di cose più “mosse” (folk psichedelico la prima e boogie cabarettistico la seconda) ma desolatamente attraccate al suolo, inabili allo scatto, alla sterzata emozionale.
Va meglio con l’iniziale River (Joni Mitchell) e con Magnolia (J.J. Cale), ballate dalla morbidezza svisata cui la voce cartilaginosa di Tom dona una fragilità croccante, e pure la dolente Magdalena sa convertirsi in una credibile sinopia di se stessa. Cosa che quasi riesce anche a Little Arithmetics e Nothing Really Ends, ma alla fine ce le ritroviamo insipide come un whiskey annacquato.
Con Le Poinçonneur Des Lilas (Serge Gainsbourg) e After Midnight (ancora J.J. Cale) si consuma la sentenza definitiva, appurata la semplice evidenza di una voce bidimensionale, senza forza, svuotata, di un’anima disposta al più a farti garbatamente compagnia col ricatto dolciastro di un passato – quello sì - indelebile.
Mi chiedo infine se la scelta di cofirmare il lavoro con Van Nueten – compare in circa metà tracce dimostrando al più mestiere e misura da pianista navigato (frequenta il jazz e l’opera) – vada interpretata come una dimostrazione di modestia da parte di Tom o un maldestro tentativo di mettersi un fiore all’occhiello. Vabbé, non è importante.
Disco, tristemente, bruttino.


(5,1/10)

CD1
01. River (Joni Mitchell)
02. Right As Rain
03. One Advice, Space
04. Everybody's Weird
05. River Man (Nick Drake)
06. My Funny Valentine (Rodgers & Hart)
07. Memory Of A Free Festival (David Bowie)
08. Serpentine
9. Fruit Tree (Nick Drake)
10. Magnolia (J.J. Cale)
11. Nothing Really Ends

CD2 (SACD)
01. Magdalena
02. Luxury
03. Le poinçonneur des lilas (Serge Gainsbourg)
04. Little Arithmetics
05. Harry Irene (Captain Beefheart)
06. After Midnight (J.J. Cale)
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