
Una notizia buona e un paio bruttine per i dEUS-nostalgici. Quella
buona: finalmente un segnale di vita, vale a dire il qui presente live del
vocalist (ex?) Tom Barman, resoconto di un tour acustico assieme al
pianista Guy Van Nueten. La prima notizia storta è la difficile
reperibilità delloggetto, attualmente disponibile solo dimportazione
malgrado la griffe Universal autorizzi a sperare in una migliore distribuzione
a breve. La seconda è che, ahinoi, non vale la pena darsi troppa pena
nel cercarlo.
Perché in definitiva queste undici tracce (più le sei contenute
nel bonus-SACD) fanno pensare ad un buon show da jazz club, atmosfere soffuse,
arrangiamenti minimali (piano-voce-chitarra), interpretazioni a sottrazione,
ma per i brividi bisogna ripassare perché evidentemente sono rimasti
imbrigliati nel fumo, tra il chiacchiericcio e i long-drink e i portacenere
sui tavoli.
Voglio dire che il caro Tom, messosi a nudo, compie due miseri autogol rivelandosi
mediocre interprete (monocorde, demotivato, talora sembra quasi accontentarsi
di una decente intonazione) e sprovveduto chitarrista (impacciato sulla tastiera,
pressoché insensibile alle dinamiche), tanto che da questa espoliazione Right
As Rain, Serpentine ed Everybodys Weird escono fuori
a pezzi.
Quando entra in gioco il piano di Van Nueten si rientra se non altro nei ranghi
della professionalità, senza però rischiare nulla, limitandosi
al compitino. Si dirà che avendo scelto di misurarsi col repertorio
di Nick Drake (River Man e Fruit Tree) la cosa giusta
era proprio tirare il freno, tuttavia spiace il senso daccademia, quelleccessivo
timore reverenziale che soffoca nella culla la magia.
La qual cosa tocca pure a tracce come la bowiana Memory Of A Free Festival e
la beefhartiana Harry Irene, per forza di cose più mosse (folk
psichedelico la prima e boogie cabarettistico la seconda) ma desolatamente
attraccate al suolo, inabili allo scatto, alla sterzata emozionale.
Va meglio con liniziale River (Joni Mitchell) e con Magnolia (J.J.
Cale), ballate dalla morbidezza svisata cui la voce cartilaginosa di Tom
dona una fragilità croccante, e pure la dolente Magdalena sa
convertirsi in una credibile sinopia di se stessa. Cosa che quasi riesce anche
a Little Arithmetics e Nothing Really Ends, ma alla fine ce le
ritroviamo insipide come un whiskey annacquato.
Con Le Poinçonneur Des Lilas (Serge Gainsbourg) e After
Midnight (ancora J.J. Cale) si consuma la sentenza definitiva, appurata
la semplice evidenza di una voce bidimensionale, senza forza, svuotata, di
unanima disposta al più a farti garbatamente compagnia col ricatto
dolciastro di un passato quello sì - indelebile.
Mi chiedo infine se la scelta di cofirmare il lavoro con Van Nueten compare
in circa metà tracce dimostrando al più mestiere e misura da
pianista navigato (frequenta il jazz e lopera) vada interpretata
come una dimostrazione di modestia da parte di Tom o un maldestro tentativo
di mettersi un fiore allocchiello. Vabbé, non è importante.
Disco, tristemente, bruttino.
(5,1/10)