
Ecco, ci sono dischi che mi lasciano a metà del guado: attraversare
o tornare, detestare o amare, tenerlo sempre a due dita dallo stereo o darlo
in pasto al cassetto più buio e polveroso
Tra le alternative,
va a finire che rimango così - per il mio scorno - in questo stare
precario su sentimenti indefiniti, tra equilibrio e disequilibrio.
Lomonimo album desordio di Terje Nordgarden - da Hamar, Norvegia,
bolognese d'adozione e quindi reclutato dalla fiorentina Stoutmusic
è proprio uno di questi casi. E di quelli gravi. Tredici canzoni più
devozione che ispirazione, ed è il loro pregio e il loro limite, le
sponde su cui sostengo la mia indecisione.
Due i numi principali, ostentatamente omaggiati, vale a dire Buckley
figlio (nel declinare aspro le vocali su ruvidi falsetti madreperla) e Nick
"prezzemolo" Drake (per il senso di intima riflessione, per
la cura del riverbero solitario delle corde), al cui cospetto si agitano però
le ombre di John Martyn (fragili inquietudini folk col fiato del blues
sul collo, come nelliniziale Winter Morning e nella sostenuta
Nothing Comes that Easy), Buckley padre (almeno il suo versante
più folk, percepibile in These Memories) e appena un barlume
di Mark Lanegan (tolte tonnellate di asprezza catramosa, come nella
trepida The Last Song).
E' insomma più che valido anzi validissimo il background - praticamente
un pantheon agli occhi di chi scrive - da cui però è comprensibilmente
difficile uscire con voce propria, graffiando una calligrafia e un gesto sonico
davvero personale.
Ci prova ugualmente il biondo Terje, getta il cuore oltre lostacolo,
si affida a melodie intime, palpitanti, sospese come polvere in un raggio
di luce (la conclusiva, preziosa Paint You A Picture). Segue landamento
piano di strutture fin troppo convenzionali (vedi la tiepida propalazione
di This Time), tranne poi stuzzicarci con cambi di umore (il disinvolto
caracollare bluesy di Sometimes, lincanto commosso di Song
For Drake, limpetuoso electric folk pearljammiano di
2nd Fight) e di scena (laccelerata e il decollo del mellotron
in Coming Back Home, le parentesi di stropicciamento vocale un po
à la Thom Yorke in Something Else In Mind).
La produzione di Paolo Benvegnù cesella un sound dal solerte
respiro vintage, struttura orchestrazioni accorate in un vasto progetto di
sobrietà, disegna bassi profondi e fibrosi, l'elettricità sempre
al guinzaglio, un gusto spiccato per la minutaglia acustica, peccando forse
di eccessiva cautela nel volersi adeguato contorno per la riverente espressività
del giovane nordico.
Va a finire che - tra estremi come il mezzo disastro di All Yr Notes
(in parte plagio della buckleyana Last Goodbye, con laggravante
sembianza di una facezia alla Sting) e il gioiello defilato di Even
Now (senso di quiete sullorlo di qualcosa, intanto che il piano
e le chitarre tirano di soppiatto le fila, lorgano e il glockenspiel
affiorano come sogni, un deliquio gospel-soul contagia la voce e i cori) -
il programma sa rivelarsi soddisfacente, piacevole.
E un peccato che sia solo così. Nel voto che segue gioca quindi
la sensazione (il sospetto, la speranza) che Terje sappia in futuro rinunciare
a qualche compromesso, definirsi senza remore, abbattere gli idoli, gettare
una luce cruda e inedita sulle proprie inquietudini. E quindi, sbocciare.
(6.0/10)