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Terje Nordgarden - Terje Nordgarden (Stoutmusic)

di Stefano Solventi

Ecco, ci sono dischi che mi lasciano a metà del guado: attraversare o tornare, detestare o amare, tenerlo sempre a due dita dallo stereo o darlo in pasto al cassetto più buio e polveroso… Tra le alternative, va a finire che rimango così - per il mio scorno - in questo stare precario su sentimenti indefiniti, tra equilibrio e disequilibrio.
L’omonimo album d’esordio di Terje Nordgarden - da Hamar, Norvegia, bolognese d'adozione e quindi reclutato dalla fiorentina Stoutmusic – è proprio uno di questi casi. E di quelli gravi. Tredici canzoni più devozione che ispirazione, ed è il loro pregio e il loro limite, le sponde su cui sostengo la mia indecisione.
Due i numi principali, ostentatamente omaggiati, vale a dire Buckley figlio (nel declinare aspro le vocali su ruvidi falsetti madreperla) e Nick "prezzemolo" Drake (per il senso di intima riflessione, per la cura del riverbero solitario delle corde), al cui cospetto si agitano però le ombre di John Martyn (fragili inquietudini folk col fiato del blues sul collo, come nell’iniziale Winter Morning e nella sostenuta Nothing Comes that Easy), Buckley padre (almeno il suo versante più folk, percepibile in These Memories) e appena un barlume di Mark Lanegan (tolte tonnellate di asprezza catramosa, come nella trepida The Last Song).

E' insomma più che valido anzi validissimo il background - praticamente un pantheon agli occhi di chi scrive - da cui però è comprensibilmente difficile uscire con voce propria, graffiando una calligrafia e un gesto sonico davvero personale.
Ci prova ugualmente il biondo Terje, getta il cuore oltre l’ostacolo, si affida a melodie intime, palpitanti, sospese come polvere in un raggio di luce (la conclusiva, preziosa Paint You A Picture). Segue l’andamento piano di strutture fin troppo convenzionali (vedi la tiepida propalazione di This Time), tranne poi stuzzicarci con cambi di umore (il disinvolto caracollare bluesy di Sometimes, l’incanto commosso di Song For Drake, l’impetuoso electric folk “pearljammiano” di 2nd Fight) e di scena (l’accelerata e il decollo del mellotron in Coming Back Home, le parentesi di stropicciamento vocale un po’ à la Thom Yorke in Something Else In Mind).
La produzione di Paolo Benvegnù cesella un sound dal solerte respiro vintage, struttura orchestrazioni accorate in un vasto progetto di sobrietà, disegna bassi profondi e fibrosi, l'elettricità sempre al guinzaglio, un gusto spiccato per la minutaglia acustica, peccando forse di eccessiva cautela nel volersi adeguato contorno per la riverente espressività del giovane nordico.
Va a finire che - tra estremi come il mezzo disastro di All Yr Notes (in parte plagio della buckleyana Last Goodbye, con l’aggravante sembianza di una facezia alla Sting) e il gioiello defilato di Even Now (senso di quiete sull’orlo di qualcosa, intanto che il piano e le chitarre tirano di soppiatto le fila, l’organo e il glockenspiel affiorano come sogni, un deliquio gospel-soul contagia la voce e i cori) - il programma sa rivelarsi soddisfacente, piacevole.

E’ un peccato che sia solo così. Nel voto che segue gioca quindi la sensazione (il sospetto, la speranza) che Terje sappia in futuro rinunciare a qualche compromesso, definirsi senza remore, abbattere gli idoli, gettare una luce cruda e inedita sulle proprie inquietudini. E quindi, sbocciare.

(6.0/10)

01. Winter Mourning
02. The Last Song
03. All Yr Notes
04. Something Else in My Mind
05. Even Now
06. Nothing Comes That Easy
07. 2nd Flight
08. Song For Drake
09. This Time
10. Sometimes
11. These Memories
12. Coming Back Home
13. Paint You a Picture
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