
Vortici di disperazione, scosse d'intenso dolore, magma incandescente in forma di suono. Il secondo album dei misteriosi Tarantula Hawk colpisce dritto al cervello e fin dal primo ascolto lascia un segno netto e indimenticabile, ma ormai non è più una sorpresa quando il marchio di fabbrica è quello della Neurot.
Furiose come le cavalcate dei Neurosis, apocalittiche come le sinfonie dei GYBE! ma anche riflessive ed inquietanti come le litanie dei Tarentel, le prime quattro composizioni contenute sul disco sono un'autentica discesa negli inferi. Rasoiate di chitarre elettriche ora sabbathiane ora quasi black metal, improvvise esplosioni di moog e tastiere che riportano rapidamente la memoria al dark prog settantiano, crescendo turbinosi su cui si affacciano melodie malsane intrecciate a convulsioni psichedeliche. Il maelstrom pulsante dei Tarantula Hawk sembra quasi la proiezione di un subconscio umano invaso da paura, delirio, follia: disturbante ed attraente al tempo stesso, il muro sonico innalzato dai tre musicisti avanza senza soluzione di continuità da una traccia all'altra e, per quanto l'ascolto richieda una predisposizione per le avventure sonore estreme, è veramente difficile interromperne il programma premendo il tasto "stop" sul lettore.
Superata di poco la metà del disco, però, ecco inaspettata la proposta di un percorso completamente inverso. Quasi a confutare le tesi espresse nei minuti precedenti, infatti, Scharf, Warshaw e Diotte danno vita a 30 sepolcrali, lisergici, estenuanti minuti di negazione del movimento, dominati da un'interminabile sequenza di drones, microsuoni e probabili field recordings che avanzano lenti e soporiferi in una nebbia minimale di cui non si riesce ad intravedere la fine. Genio puro o colossale presa per il sedere? Ai posteri l'ardua sentenza: di certo l'album dei Tarantula Hawk non può lasciare indifferenti.